Polemica sul centro di accoglienza: la risposta del centro “Newroz”

Abbiamo letto, come molti altri, la “Risposta al consigliere Logli – e non solo – a mo’ di bilancio” distribuita in vari modi da Giuliano Campioni. E raccogliamo l’invito ad intervenire sia perche’ ci sentiamo chiamati direttamente in causa – in maniera scorretta perche’ mai citati direttamente ma facilmente identificabili da chiunque legga il documento – sia perche’ riteniamo di criticare fermamente quello stesso spirito distruttivo nominato da Giuliano Campioni che tuttavia pervade, costituendone il contenuto vero, l’intero suo documento.

Ci sentiamo in questo senso costretti a scrivere un comunicato che, sinceramente, mai avremmo voluto produrre. Perche’ non ci appartiene la logica della calunnia e dell’insulto individuale, semmai quella del confronto/scontro politico, ne’ quella di pensare che la “situazione degli immigrati” si esaurisca solo nel dibattito sull’operato/i problemi/frustrazioni/glorie delle associazioni varie di solidarieta’.

Crediamo tuttavia che per vincere le logiche distruttive sia necessaria comunque la chiarezza.

Ci vorrete scusare, speriamo, per l’irruzione nella vostra posta. Siamo comunque a disposizione di tutti, anche fuori dalla virtualita’, all’indirizzo indicato.

Partiamo dai dettagli; partiamo, intanto, dai “modi”. A meta’ ottobre il consigliere Logli, di Alleanza Nazionale, pone due questioni inerenti Africa Insieme: la gestione dello spazio comunale di Via del Carmine 2 e del Centro di Accoglienza di Via Garibaldi 190. In entrambi i casi si tratta di spazi affidati ad Africa Insieme a riguardo dei quali il consigliere sembra assai documentato anche su risvolti apparentemente non pubblici. L’Associazione, tirata pesantemente ed esplicitamente in causa, tace.

Prende parola, invece agli inizi di dicembre, ovvero quando termina – malamente racconta l’Associazione – la sua gestione del Centro. Un documento la cui intenzione non sembra tanto quella di rispondere all’interrogazione di Logli – la strumentalita’ delle accuse mosse da Alleanza Nazionale ad Africa Insieme e’ tanto evidente, fa talmente parte del cliche’ criminalizzante del nuovo “razzismo istituzionale” da non meritare tempi di riflessione cosi’ lunghi da parte di esperti della materia – quanto quella di tracciare il bilancio di un’esperienza che, invece di riflettere sul passato per individuare magari percorsi altri – preferisce bruciare il terreno sul quale tutti camminano.

Che non e’ solo quello dove ha camminato fino a ieri Africa Insieme ma e’ anche, soprattutto, quello dove camminano i tanti migranti che vivono in citta’. Proprio quelli che hanno ottenuto il permesso di soggiorno non solo e non tanto grazie ad Africa Insieme quanto ad un tessuto di solidarieta’ diversa e diffusa presente in citta’, di cui una parte essenziale sono stati proprio loro, gli immigrati – quegli stessi individui che hanno lottato/vissuto/sofferto in prima persona per il riconoscimento dei propri diritti negati.

In questo senso crediamo che tradurre l’amarezza personale, derivante da esperienze faticose e magari dolorose, in delirante demagogia, cosi’ come la leggiamo nel documento di Africa Insieme, finisca per offuscare una consapevolezza che riteniamo invece fondamentale: la consapevolezza di un diritto, per gli immigrati, che non e’ regolamentato dal D.L. 286 e riguarda il “tempo necessario all’immigrato per rendersi autonomo”. Anche dalle Associazioni di volontariato.

Rimane allora l’interrogativo sulla ragione vera che ha spinto Africa Insieme – e i coniugi Campioni che ne hanno sempre rappresentato l’anima – ad inviare per fax al consigliere di minoranza Logli il documento in questione, che associa e colpevolmente mescola la risposta allo stesso ad un insieme di calunnie, ingiurie e accuse false (clientelismo, malversazione, ricatto….) che non risparmiano assessori, operatori, ex-sindaci, “spazi alternativi di forte impegno sociale” (leggi Spazio Antagonista Newroz), da questi veicolato al Consiglio Comunale. Cosi’ che – portavoce? interlocutore privilegiato? – di Africa Insieme diventano proprio quelle forze politiche che della criminalizzazione degli immigrati fanno campagna politica.

I rancori e le delusioni personali non giustificano comportamenti gratuitamente distruttivi che finiscono per sposare, nei fatti, proprio, quella logica pericolosa che coniuga sempre il problema immigrazione in chiave di paura/repressione. Le miserie spesso non sono solo quelle degli altri, quelle “dei poveri, e dei malati” ma anche quelle del proprio sentire.

Il comunicato di Africa Insieme, che solo in un secondo momento viene veicolato per posta elettronica ad un insieme di nomi conosciuti in ambito pacifista e antirazzista, lascia comunque un baratro profondo, che neppure le ingiurie sputate con totale perdita di lucidita’ politica riescono a colmare. Non si tratta di discutere ne’ dell’ovvio ne’ del doveroso.

Crediamo che rientri nei compiti e nelle finalita’ di un centro di accoglienza dare sostegno e solidarieta’ agli immigrati nella ricerca di casa, lavoro, regolarizzazione. L’ “utopia di giustizia e di solidarieta’” non si misura ne’ con il metro dei finanziamenti ne’ con quello delle “medaglie al valore dimostrato sul campo”. Rimane invece il vuoto lasciato da un’esperienza che chiude anni di intervento nel territorio sulla situazione degli immigrati senza interrogarsi sui come e perche’ del proprio percorso, semplicemente riempiendo quel vuoto con la merda.

Eppure quell’acume spesso citato dal prof. Campioni avrebbe dovuto insinuare interrogativi sul perche’ l’Associazione si e’ andata svuotando di energie e contributi nel corso degli anni (ci domandiamo tra l’altro quanti dei soci abbiano contribuito alla stesura di questo documento), sul perche’ proprio gli ospiti “migliori” del centro, quelli davvero deboli proprio come Tarik, fossero i primi a provare disagio dalla situazione di ospitalita’ fornita dal centro di accoglienza di Via Garibaldi. Avrebbe dovuto interrogarsi sui rischi di un’autoreferenzialita’ che ha iniziato con il parlare degli immigrati/sugli immigrati e ha finito per parlare al posto degli immigrati.

E questo senza nulla togliere alle migliori intenzioni degli “uomini e donne di buona volonta’”, appannate purtroppo dalla meschinita’ prodotta dalla totale mancanza di autocritica.

Riteniamo quantomeno discutibile, per fare un esempio, farsi vanto di non aver speso quasi nulla per la manutenzione dell’immobile. L’ospite del centro di accoglienza rimane – al di la’ della manifesta condizione di bisogno estremo – innanzitutto persona. Con diritti e doveri ma pari dignita’. Il suo diritto di persona di vivere in un posto pulito e decoroso, manutenuto e non degradato, non puo’ essere barattato da chi elargisce caritatevolmente un tetto sotto il quale dormire. Il rispetto per la dignita’ delle persone non puo’ e non deve essere travolto da scelte pietistiche che, nell’intento di “aiutare l’immigrato” finiscono per mortificarlo. Per questo non ci rallegreremo mai se la comunita’ cittadina ha risparmiato sull’albergazione di due donne vicine al parto.

In questo senso non possiamo che augurarci che la gestione delle Cooperative dia frutti migliori. Non esiste scandalo nell’investimento di fondi pubblici nel settore dei servizi sociali se non laddove questi siano mal spesi. A tutt’oggi risulta allora quantomeno prematuro, giudicare l’operato di quanti sono a loro subentrati nella gestione del centro di accoglienza di Via Garibaldi. Evento accaduto non prima di due settimane fa.

Quanto alle accuse di vandalismo a noi direttamente rivolte a riguardo di vetrate infrante e svastiche naziste, lasciamo al buon senso di chi ci conosce e frequenta, di quanti conoscono anche la nostra storia personale e politica, il giudicare. Possiamo solo aggiungere che Africa Insieme – e/o i suoi portavoce Campioni, loro si’ vicini e solidali al Logli di turno nel tipo di criminalizzazione operata nei nostri confronti – mente sapendo di mentire perche’ conosce perfettamente chi ha operato il danno.

La nostra concezione di civilta’ non ha niente a che vedere con il “pescare nel torbido”. Sicuramente invece la nostra concezione di civilta’ rimarra’ lontana da quella di chi sostiene la giusta causa del lavoro al nero. Crediamo, per fare un esempio, che fosse un diritto per gli operatori che hanno lavorato in questi anni al centro di accoglienza avere il versamento dei contributi dovuti alle prestazioni lavorative coordinate e continuate visto che per loro, non solo volontari, si imponevano turni e orari obbligati in regime di dipendenza. Senza assunzione ne’ assicurazione. Non crediamo meriti ne’ offese ne’ derisione chi, immigrato-operatore, e quindi costretto al rinnovo biennale del permesso di soggiorno, se lo sia visto rinnovare solo per un anno (in quanto disoccupato) invece che per due (in quanto lavoratore) perdendo inoltre l’ulteriore possibilita’ di rinnovo per disoccupazione (si sa che in Italia il lavoro e’ precario per definizione).

Riteniamo allora semplice vilta’ l’utilizzo di accuse personali gravissime (inaffidabilita’, alcolismo, violenza, compravendita di permessi di soggiorno, sobillazione, boicottaggio) come risposta a chi, da immigrato, ha avuto l’onesta’ di proporsi non solo come componente debole del tessuto sociale che necessita di aiuto, ma come persona, soggetto attivo e consapevole, con una propria dignita’ da difendere. La nostra concezione di civilta’ comprende il valore dell’autodeterminazione dei soggetti e per questo accetta e comprendere la critica.

Noi, come centinaia di immigrati in questa citta’, conosciamo i tre operatori per i quali Africa Insieme ha proceduto con licenziamenti in tronco senza motivazioni scritte. Ne conosciamo la correttezza e la disponibilita’, l’impegno serio e responsabile che hanno sempre mantenuto durante due anni e mezzo di lavoro al centro di accoglienza di Via Garibaldi. Un periodo di permanenza durante il quale tuttavia, nonostante l’inaffidabilita’ e la totale mancanza di professionalita’ di cui sono tacciati, nessuno ha mai chiesto l’intervento delle forze di polizia al centro di accoglienza per riportare la calma. Cosi’ come accaduto invece la tragica notte della morte di Tarik. Nessuna speculazione allora sulla vicenda del ragazzo morto suicida, soprattutto perche’ non abbiamo nessun ufficio della Questura da difendere. Certo come tanti, e amareggia verificare che gli unici a non porsi interrogativi sui perche’ sia potuto accadere siano proprio i coniugi Campioni, abbiamo cercato di capire. E abbiamo gridato contro gli uffici della Questura. Come Collettivo Immigrarti/ Senza Frontiere e S.A.Newroz siamo usciti in citta’ con un comunicato “Conoscevamo Tarik”: denunciavamo lo stato di prostrazione cui era stato costretto un giovane di 25 anni, che conoscevamo anche personalmente, a fronte del continuo diniego del permesso di soggiorno; denunciavamo inoltre come quest’ultimo fosse comparso “miracolosamente” tra i documenti che aveva all’obitorio. Non un’operazione di sciacallaggio, prof. Campioni, ma la denuncia di quanto avevamo visto all’obitorio. Dove, detto per inciso, il riconoscimento della salma e’ stato effettuato da amici di Tarik. La veridicita’ di questa affermazione non e’ naturalmente verificabile da nessuno degli allora responsabili di Via Garibaldi 190 semplicemente perche’ nessuno di questi ha ritenuto di dover essere presente. All’obitorio il documento, mai ritirato da Tarik, era presente: per questo non crediamo ad un errore che non fa consegnare un documento ad un uomo ma al suo cadavere.

Due i casi: o il permesso non era effettivamente stato fatto (e quindi c’e’ una gravissima omissione da parte della questura che dovrebbe per legge consegnarlo o rifiutarlo entro 20 giorni e quanto meno un “mistero” sulla sua consegna) o era effettivamente pronto (e ci chiediamo allora a che scopo non consegnarlo a Tarik mentre e’ evidente il tentativo della questura di negare le proprie responsabilita’ facendo passare il ragazzo per un folle che aveva il permesso di soggiorno ma non se ne era accorto).

Se il dolore per la morte di Tarik ha ammutolito Africa Insieme questo non giustifica l’arroganza delle accuse mosse dall’Associazione a quanti – gli immigrati in primis, gli amici di Tarik, noi stessi – hanno portato la loro rabbia in Consiglio Comunale chiedendo e ottenendo il reimpatrio della salma.

Gli immigrati presenti nella struttura quel giorno e quella notte maledetti raccontano una loro verita’, con parole non altrettanto eleganti di quelle usate dall’Associazione. A Tarik, e’ vero, era stato ulteriormente negato il permesso di soggiorno e questo lo aveva portato in un grave stato di prostrazione. E’ altrettanto vero che quello stesso giorno gli era stato imposto lo sfratto dall’unica cosa che gli rimaneva, il letto del centro di accoglienza. Perche’ allora la benevolenza nei confronti dell’ufficio stranieri della questura e non per Tarik, immigrato senza permesso di soggiorno che, se costretto all’espulsione coatta dalle forze dell’ordine, avrebbe messo definitivamente la parole fine ai propri sogni?. Perche’ proprio Tarik, con la sua miseria, la sua disperazione, la sua enorme paura di vivere doveva lasciare il centro di accoglienza? Perche’ solo lui, a fronte di tanto “equilibrio e umana comprensione verso le situazioni piu’ difficili” – comprese quelle che della prepotenza e della mancanza totale di rispetto per gli altri si fanno ragione – doveva lasciare inderogabilmente il centro di accoglienza?. Perche’ per lui non sono valse le belle parole sulla legislazione dei centri di accoglienza che il professor Campioni usa nel suo pregevole scritto: “I tempi di permanenza sono stati poi legati – nell’ultimo periodo – anche ai ritmi delle regolarizzazioni. (…) Le persone sono uscite quando avevano soggiorno, lavoro e casa: nessuno e’ stato mandato all’avventura e alla stazione – e certo senza bloccare gli ingressi.”. Tarik non aveva soggiorno, non aveva casa, non era prepotente: perche’ doveva andare via?

Non abbiamo rotto le vetrate di via Garibaldi 190, non abbiamo disegnato svastiche sui muri (sic!), non utilizziamo l’infamia come strumento per la battaglia politica. Certo riteniamo di avere, come tutti, il diritto di esprimere la nostra opinione, il nostro dissenso, la nostra rabbia senza chiedere patentini e permessi a nessuno. La nostra denuncia sulla vicenda di Tarik – per chi volesse approfondire il volantino distribuito durante il presidio e’ a disposizione al nostro indirizzo – era una denuncia non dei soprusi subiti dal lui in quanto singolo, ma di quelli subiti dalle migliaia di Tarik che questa legislazione umilia, insulta, ricatta.

Ci schieriamo con i Tarik con la stessa determinazione con cui abbiamo evitato il reimpatrio forzato degli albanesi, lo sgombero delle case di via Cesare Battisti, la cacciata in mezzo alla strada degli ospiti del centro di Accoglienza di Titignano. Con la stessa determinazione che ci portera’ davanti al lager di Vada per impedirne l’apertura certi che queste sono le battaglie di civilta’ da fare tutti insieme, italiani e immigrati. In una dimensione di rispetto reciproco e di intervento politico, allontanando da noi quella logica miserabilistica che si interessa all’immigrato solo in quanto soggetto debole da aiutare a rimanere subalterno.

Il Newroz non e’ un covo di pescatori nel torbido (nei confronti dei compagni tornano sempre gli stessi termini…) ma uno spazio aggregativi che e’, tra l’altro, sede della Comunita’ Bengalese oltre che di Senza frontiere/Collettivo Immigrati. E’ uno spazio che vede frequentazione di italiani e immigrati, che si struttura su poche e semplici regole cui tutti sono tenuti ad adeguarsi: non e’ consentito l’abuso di nessuna sostanza, non sono consentite intemperanze e violenze, e’ proibitissimo spacciare sostanze stupefacenti. Norme di convivenza semplici, a nostro parere ovvie, ma sulle quali non siamo disponibili a concedere sconti e giustificazioni a nessuno, pronti ad esempio a scontrarci con chi – italiani in primis ma anche immigrati – fa del traffico di eroina lo sporco mercato su cui campare. Non abbiamo bisogno di sentirci “buoni” coprendo spacciatori di ogni risma: abbiamo da difendere noi stessi, e i nostri simili, italiani e migranti, da quella merce merdosa che riempie le piazze trasformando essere umani pensanti in burattini socialmente e psichicamente controllabili. E crediamo, perche’ vediamo senza paraocchi, perche’ conosciamo, a quanto pare piu’ di altri, la tragedia che si consuma nei vicoli e nelle piazze, che atteggiamenti “miracolistici” (ti copro, quindi ti aiuto, magari ti do anche dei soldi e una casa, quindi prima o poi me ne sarai riconoscente e ti redimerai) siano irresponsabili e pericolosi, e abbiano come conclusione la sconfitta dell’ “aiutante” e la detenzione, se non peggio, per l’ “aiutato”.

Abbiamo sempre creduto in una pratica politica che coniugasse battaglie “di principio”, intervento sul territorio, saldatura tra soggetti sociali diversi. Abbiamo fatto nostre le battaglie degli immigrati perche’ le loro rivendicazioni di casa, lavoro, diritto alla salute, diritto alla vita, alla circolazione, all’autodeterminazione delle scelte sono anche le nostre. Questo senza sottrarsi mai, quando necessario, all’intervento operativo – aiuto nella ricerca abitativa e lavorativa, aiuto nell’ottenimento dei permessi di soggiorno – consapevoli che quando i bisogni sono stringenti e immediati la solidarieta’ non possa essere soltanto verbale per non cadere nell’ipocrisia. Abbiamo sempre pensato, e praticato, che non si tratta di parlare per gli immigrati ma di agire insieme agli immigrati, soggetti sociali e politici che rappresentano la componente piu’ debole e sfruttata di una precarizzazione dell’esistenza che e’ imposta a tutti. A quasi tutti. Colpiscono, nel documento Campioni, le parole sprezzanti con cui il barone universitario parla di chi e’ costretto alla disoccupazione o ad una dimensione precaria del lavoro. Sono gli stessi termini che potrebbe utilizzare il forzaitaliota di turno: rivelano non solo quella che un tempo si chiamava “connotazione di classe”, non solo quanto abbia ormai interiorizzato una visione miracolistica e miserabilistica del suo agire, ma anche la vertiginosa distanza dalla realta’ cui l’autoreferenzialita’ lo ha condotto. Non ci vergognamo della nostra situazione di operai agricoli o di fabbrica, lavoratori precari o precarizzabili, disoccupati. E ancora non abbiamo assorbito i dogmi del capitale fino a pensare che sia colpa nostra. Guardiamo il mercato del lavoro, come e’, come sta diventando; temiamo cosa puo’ diventare. Crediamo di avere, noi tutti precarizzati e flessibilizzati, autoctoni o migranti, il diritto di prendere la parola. Fuori e dentro le associazioni di volontariato. Al palese disprezzo per chi, come tanti, vive di precariato, si affianca – ed e’ forse ancora piu’ agghiacciante- la logica intrinsecamente razzista che pervade il documento dove leggiamo una realta’ immigrata fatta solo di tossicodipendenti, ubriaconi, violenti, mafiosi o malfattori. Certo, prof. Campioni, con immigrati consapevoli, che si autodeterminano, che rivendicano una propria dignita’, risulta piu’ difficile esercitare l’abusato ruolo paternalista e caritatevole di tanto volontariato anche di sinistra.

Non cerchiamo ne’ abbiamo mai cercato la compagnia dei consiglieri del Polo, prospettiva che – a partire dall’agire specificato in premessa – forse stanno cercando altri.

Riteniamo tuttavia che un volontariato onesto e rigoroso non possa sfuggire l’autocritica mentre abbiamo sempre giudicato vergognoso calpestare le persone per deliri personali di onnipotenza.

Spazio Antagonista Newroz, Dicembre 1999

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