Risposta al consigliere Logli (e non solo), a mo’ di bilancio

Vogliamo rispondere, sia pure con un certo ritardo, alle critiche che il consigliere Logli ha dedicato, nella sua interrogazione, al Centro di Prima Accoglienza del Comune di Pisa, gestito – allora – da Africa Insieme.

Il quotidiano la ‘Nazione’ del 13 Ottobre sintetizzava titolando in questo modo: «il Centro di accoglienza occupato da famiglie!». Così veniva ridotta e offesa la risposta solidale che avevamo dato a due situazioni di disagio estremo: si trattava infatti solo di due casi, particolari ed improvvisi, dell’uso della stanza e del bagno degli operatori per un tempo limitato (quattro mesi la prima famiglia e due la seconda). La struttura ospitante (camere al primo piano) ha mantenuto sempre per intero la sua destinazione. I costi per il nostro volontariato sono stati alti, quelli per l’Amministrazione e quindi per la comunità cittadina, sono stati pari a zero.

Se il consigliere Logli desidera particolari sulle difficoltà di queste persone e su quanto abbiamo fatto, può venire direttamente a parlarne con loro e con noi. In ambedue le famiglie l’urgenza era data anche dal fatto che le madri erano vicine al parto. Riteniamo di aver esercitato una solidarietà doverosa e di aver consentito un risparmio per l’intera comunità: certo che un’albergazione sarebbe stata molto più costosa. Far finta di ignorare o l’uso di altri metodi – anche se certo diffusi – non appartiene alla nostra concezione di civiltà.

Siamo convinti che queste scelte abbiano avuto un significato sociale almeno rispettabile. E non avremmo mai creduto che una persona (sia pure un politico) potesse cercare consensi nell’opinione pubblica attaccando questo nostro agire. Ci piace ora ricordare, invece, la solidarietà mostrata in ogni caso difficile dai vicini di casa, dagli abitanti del quartiere dove la struttura è situata.

Il consigliere Logli, poi, allude ai danni ingenti che la struttura avrebbe subito in questi anni e quindi si propone di indagare sui costi che presume ci siano stati, ed elevati, per le riparazioni. La risposta è semplicissima: sono stati spesi due milioni e mezzo, esattamente quello che la convenzione prevedeva per la manutenzione (un milione l’anno per due anni e mezzo di gestione). Le persiane della parte vecchia della palazzina erano cadenti quando ci è stata consegnata e lo sono ancora, perché non ce l’abbiamo fatta ad aggiustarle con quei pochi soldi. E, del resto, non era nostro compito. Ci sono alcuni vetri rotti perché qualcuno esterno, non apprezzava il nostro lavoro: esattamente come sembra fare il consigliere Logli. Qualcuno, proveniendo da spazi alternativi e di forte impegno sociale non molto distanti dalla Struttura, ha anche disegnato svastiche, stelle a cinque punte e scritte deliranti su una porta e un muro esterni.

Ora che la struttura è assegnata direttamente e senza bando ad una costituenda ATI di cooperative sociali, si faranno lavori: imbiancatura, idraulica e quanto altro necessita. Ci saranno certamente delle spese: ci consola il pensiero che la nostra gestione, rispetto a quella odierna delle cooperative, ha avuto costi tali da consentire al Comune, ogni anno, un risparmio di 250 milioni: in due anni e mezzo si raggiunge la cifra stanziata inizialmente dalla Regione per l’allestimeno dell’intera struttura.

Poi il consigliere Logli ha esercitato il suo acume nella lettura solitaria di un nostro registro. Se accanto a qualche documento manca il numero, poteva chiedere spegazioni: gli avremmo chiarito che certo, trattavasi di grave dimenticanza, ma il registro ha comunque allegati i fascicoli di tutti gli ospiti, con le fotocopie dei documenti e la relativa cessione di fabbricato.

Logli si è poi soffermato sulla permanenza a suo avviso troppo prolungata e sui rientri di alcuni ospiti nella SDA. L’inesperienza su questo terreno non gli dà la giusta percezione del problema: gli è sfuggito l’essenziale.

La struttura ha ospitato circa 150 persone diverse in trenta mesi. E’ un record rispetto a tutti i centri di prima accoglienza d’Italia. Le permanenze più lunghe e i rientri si riferiscono a persone ammalate o troppo anziane per trovare in tempi brevi una sistemazione lavorativa e quindi anche un alloggio alternativo. I tempi di permanenza sono stati poi legati – nell’ultimo periodo – anche ai ritmi delle regolarizzazioni.

L’ultima prevedeva un meccanismo per cui il periodo per l’ottenimento del soggiorno era di circa un anno e, nel frattempo, i contratti di lavoro erano sospesi perché non poteva esserci una copertura assicurativa.

La struttura di prima accoglienza deve rivolgersi soprattutto a situazioni di questo tipo e deve seguire, in forma flessibile, la lettera e lo spirito della legge. Il D.L. 286 non indica la durata della permanenza in un Centro, ma parla di «tempo necessario all’immigrato per rendersi autonomo».

E se, ad esempio, dalla domanda di soggiorno – termine da cui una persona è autorizzata a stare in Italia – all’ottenimento del medesimo trascorrono 11/12 mesi, possiamo affermare di aver assicurato un buon ‘turnover’. Le persone sono uscite quando avevano soggiorno, lavoro e casa: nessuno è stato mandato all’avventura e alla stazione – e certo senza bloccare gli ingressi. Per far questo abbiamo lavorato parecchio.

Il Logli poi, interroga sulla presenza nella struttura di ospiti con problemi psicofisici (sullo psico non capiamo chi lo abbia autorizzato a pronunciarsi). Il resto è vero: le situazioni dell’invalido sul lavoro e del non vedente, anche secondo noi, avrebbero dovuto essere carico del settore socio sanitario, certo non nostro. Abbiamo atteso per circa due anni la risposta e nel frattempo abbiamo fatto del nostro meglio. Il giovane paraplegico ha una pensione INAIL, perché caduto sul lavoro, ma le strutture protette esistenti sembra non siano in grado di ospitarlo, l’altro, il non vedente, non ha niente, e, in attesa di una pensione d’invalidità, è stato completamente a nostro carico. Lo diciamo ora perché costretti a darne ragione: non abbiamo la cultura del mettere i casi in piazza perché accanto alla miseria crediamo non si debba aggiungere l’esibizione della stessa.

Questa risposta al Consigliere Logli è per noi anche occasione per un primo bilancio conclusivo.

Abbiamo avuto, in questi anni, la convenzione più bassa di quelle esistenti in città (asilo notturno, ex detenuti, minori, campo nomadi etc), addirittura irrisoria rispetto alle richieste che si stanno facendo per un servizio che comunque non comprende affatto il sostegno ai casi di emergenza o lo sportello per l’utenza esterna.

Il consigliere può informarsi: può comparare i costi anche in rapporto al numero degli ospiti, degli utenti dello sportello, dei percorsi verso la piena autonomia e dei sostegni dati nel periodo in cui gli immigrati non potevano lavorare.

Chiudiamo l’esperienza: i volontari, che avevano avuto fiducia nell’opera del governo locale, sono carichi di debiti personali e si sentono anche un po’ derisi e offesi, ma non certo dalle critiche del consigliere Logli, che fa esattamente il suo mestiere. I volontari sono offesi perché anche da chi non se lo aspettavano, il problema immigrazione viene coniugato in chiave di paura/repressione e la politica sociale sempre più viene surrogata da ideazioni folkloristiche, fuori tempo quanto vuote e costose. Tale è infatti il proporre, oggi, in luogo del reale diritto di voto (una testa, un voto), una consulta dove i cittadini immigrati ‘giocano’ al Parlamento – magari per fare un po’ d’esercizio – senza poteri effettivi, una consulta che non decide, votata per aree geografiche (!): al diritto di cittadinanza che accomuna, si sostituisce il mistificante richiamo all’etnia che divide.

Questa la proposta, ideata e propugnata dalla presidente della IIa Commissione Sonia Bernardini, senza consultare né associazioni né immigrati né esperti e senza neppure passare per una discussione preventiva dal Comitato di gestione – organo che il Comune si è dato e di cui, naturalmente, la Sonia Bernardini è parte autorevole. In tale Comitato una proposta analoga – allora, tutto sommato ben più comprensibile – fu discussa serenamente con l’assessore Tremolanti e all’unanimità ritirata in quanto arretrata. Se il consigliere Bernardini anche su altri settori del sociale mostra la stessa competenza e lo stesso acume, non possiamo che esprimere fondata preoccupazione.

Noi abbiamo contribuito a salvaguardare il tessuto sociale a partire dalla componente più debole dell’immigrazione. Certo, nel nostro piccolo e con pochi mezzi. Agli immigrati che si rivolgevano alla Struttura abbiamo garantito tutela legale, ricostruito percorsi affinché emergessero o non affondassero nella clandestinità, misure alternative che si sono concluse con successo. Abbiamo sostenuto ricerca di lavoro e casa. Tutto questo con un rapporto costante e proficuo con l’Ufficio stranieri della Questura, il CSSA, la Magistratura di sorveglianza. L’Ufficio è stato sempre aperto con una utenza media di trenta/quaranta persone al giorno. Abbiamo seguito la regolarizzazione di circa seicento immigrati. Abbiamo aiutato materialmente perché non rimanesse escluso chi non aveva i denari per andare a più riprese nei vari consolati a fare attestati di identità e passaporto. Abbiamo fatto l’impossibile perché arrivassero ancora ‘interi’ e senza aver commesso i piccoli reati di sopravvivenza, quanti erano obbligati, per la richiesta di soggiorno, a rimanere al domicilio dichiarato e a non lavorare (ad un certo punto all’interno della struttura erano in questa condizione venti su venticinque).

Solo di telefonate (ad ambasciate, questure e prefetture) abbiamo speso, di nostro, il doppio di quello destinatoci all’interno della convenzione.

Abbiamo fatto corsi di lingua italiana, corsi sulla legislazione del lavoro e seminari sulla normativa vigente rispetto agli stranieri e iniziative culturali di rilievo, come quelle con il sociologo Ferrarotti e con il giurista Nascimbene.

Crediamo anche di aver fatto argine al vergognoso mercato, nato dovunque, dei documenti necessari per la regolarizzazione e che ha visto a Pisa coinvolti pretesi rappresentanti di inesistenti comunità.

Abbiamo lavorato guidati da un’utopia di giustizia e di solidarietà, con un volontariato pulito e coerente tanto da apparire folle. Perché il nostro volontariato risulta folle e muore di fronte al realismo dei molti interessati che non lasciano spazio ad un centesimo per solidarietà ed emergenze.

Non mancano coloro che sono contenti della nostra esclusione dal Centro:

– lo sono coloro che sperano di aver trovato, con la scusa degli immigrati, una comoda soluzione alla loro sempiterna vita di nullafacenti e di falsi marginali

– lo sono altri, divenuti rappresentanti delle “comunità” perché si sono fatti pagare fior di denari per preparare i complicati ‘pacchetti’ per la regolarizzazione ed ora tengono in pugno i connazionali con il ricatto della perdita del soggiorno. E sanno che in nostra assenza potranno operare indisturbati e guadagnare di più .

– lo sono gli irresponsabili di ogni parte politica che in nome di colpevole perbenismo e miope demagogia (o per meno faticare quando gestiranno l’accoglienza) vorrebbero escludere da questa i soggetti più deboli e a rischio. Come se il rischio sociale non aumentasse vertiginosamente se, nel momento del bisogno e della disperazione, non si danno risposte attente e vere.

Sono contenti infine i falsi rivoluzionari che hanno pescato nel torbido fino a inviare veri disgraziati a far rumore e atti di vandalismo, la notte, di fronte alla struttura, speculando vergognosamente sulla vicenda del ragazzo morto suicida.

Tarik è morto perché gli era stato detto, e ripetuto, per errore, allo sportello della Questura, che per lui non c’era il soggiorno nonostante questo fosse stampato da giorni. E’ stato un errore con conseguenze tragiche. La sua morte indica la situazione di precarietà dell’immigrato, il timore del giudizio insindacabile della Questura che può decidere su una pratica da cui dipende tutto un progetto di vita.

Le procedure delle varie regolarizzazioni sono macchinose, al limite del sadismo. Abbiamo accusato queste procedure e queste leggi, pur volute da un governo di sinistra. La normativa dell’ultima regolarizzazione era frutto di mediazioni irresponsabili: si è modificata continuamente in corso d’opera, ha imposto agli immigrati di avere un datore di lavoro e nello stesso tempo di non lavorare perché non era possibile avere copertura assicurativa. Entro questa normativa, che noi accusiamo, la Questura di Pisa ha avuto un comportamento corretto, rispetto a quello dell’ufficio precedente e a quello di altre questure italiane.

Siamo ammutoliti dal dolore per la morte di Tarik che ha vanificato dentro di noi un’infinità di buoni risultati e di aiuti concreti.

Non ce la siamo sentiti, però, di gridare contro l’Ufficio Stranieri della Questura, come altri – che nemmeno presentivano i problemi del giovane – hanno fatto. Così non è mancato neppure lo sciacallaggio contro di noi, ben utilizzato da parti diverse: da ex rivoluzionari in sintonia con pavidi amministratori, da rappresentanti corrotti di comunità straniere, e da altri, interessati a presenti e future – auguriamo loro – laute convenzioni. Tra questi non è mancato il richiamo alla tragedia, durante l’ultimo Comitato di Gestione, da parte della consigliere Bernardini – anche in decisa difformità con la versione dell’assessore e del sindaco. E questo per parlare di tensioni e conflittualità che giustificassero, con il pretesto di una situazione emergenziale, un affidamento della Struttura ad altri soggetti, fuori da ogni norma e da ogni trasparenza. Se così pensava la Bernardini ci chiediamo perché, pur essendo ella la presidente della Commissione del sociale, non abbia sentito – dall’inaugurazione del Centro ad oggi – l’esigenza di mettervi piede o di farsi sentire dai responsabili della gestione, per quasi tre anni. Era suo preciso compito darsi elementi sicuri di conoscenza e quindi di motivato intervento invece di raccogliere, avendo come unica fonte chi aveva interessi materiali in proposito, calunnie e contribuire, dall’alto della sua credibilità, a diffonderle.

L’esito della vicenda lo dimostra. Precisiamo che, da sempre, e mentre continuavamo in quest’ultimo anno, la gestione in stato di proroga, avevamo chiesto il passaggio della gestione tecnica ed economica del Centro di accoglienza ad una cooperativa. Naturalmente: volendo, però, anche un bando trasparente e regolare ed una continuità negli intenti e nei criteri. A queste condizioni avremmo continuato, da volontari, lo sportello informativo e la consulenza.

Del resto, da tempo, era già stato elaborato, dagli Uffici competenti, un capitolato che vedeva il nostro pieno accordo. Questo è stato ritirato senza alcuna motivazione dichiarata nelle sedi preposte (Comitato di gestione).

Cinque giorni prima della scadenza dell’ultima proroga da noi concessa, ci è stato invece presentato un progetto che ha come coordinatore e promotore il signor Modou Khabane N’dao, presidente della cooperativa Promolavoro che si era dichiarato – da operatore del Centro – del tutto in disaccordo con le finalità e i modi di gestione di Africa insieme.

Ci dicono che nel frattempo questa cooperativa (già promossa e mantenuta in vita da Africa insieme ) si è arricchita di nomi illustri quali l’ex-sindaco Floriani e l’ ex-assessore Gorini. Siamo orgogliosi del cammino che la cooperativa ha fatto. Appare però quanto meno legittima l’ombra del dubbio sull’esistenza di un minimo di clientelismo nell’affidamento frettoloso di tutta la gestione, senza gare né bandi, ad un’ATI promossa da tale cooperativa. Sulle competenze di quest’ultima,, infatti, anche a livello di pulizie, si erano espressi negativamente gli Uffici. Omnia munda mundis.

Nella nostra gestione dobbiamo riconoscere un grave errore iniziale: l’aver cioé esercitato solidarietà dove invece si doveva guardare, nell’interesse degli ospiti che ci erano stati affidati, alla preparazione, all’equilibrio, alle capacità. C’è stata infatti solidarietà ma nessun discernimento nella scelta degli operatori: coerenti col nostro sentire, abbiamo voluto dare fiducia a persone che avevano bisogno di lavorare, immigrati precari e socialmente deboli, ma che erano (e sono) assolutamente privi dei requisiti professionali e della preparazione specifica, oltre che di equilibrio e comprensione umana verso le situazioni più difficili. Queste improvvide persone sono state quindi portatori di problemi più che collaboratori: hanno dato pessima prova di sé nel comportamento con gli ospiti (arrivando anche alle mani), presentandosi (quando erano presenti) spesso ubriachi e recando danni alla struttura e, esibendo una decisa quanto astratta volontà di far rispettare le regole agli ospiti, non sentivano l’esigenza di rispettarle loro stessi ignorando sistematicamente – tra l’altro – i turni di notte. Prima ancora della discussione di una linea, si trattava di una diserzione sistematica – che arrivava all’oggettivo sabotaggio – del lavoro di Africa insieme. Noi abbiamo coperto tutto questo. E mentre i volontari supplivano alle assenze degli improvvidi operatori, questi costruivano – la petite grandeur – come cooperativa Promolavoro, legittimi progetti di gestione alternativa ad Africa insieme. In questo, dati i loro limiti oggettivi, sostenuti da persone animate da un rancore nei nostri confronti di cui non conosciamo la ragione perché mai esplicitata pubblicamente.

L’esperienza di gestione in proroga rinnovata più volte – nonostante il caratteri di provvisorietà – con nuovi e preparati operatori di fiducia, è stata molto positiva. Un riconoscimento di questo è venuto, paradossalmente, anche dai dirigenti della stessa ATI che si è rivolta a loro perché continuassero la loro utile esperienza come membri della Cooperativa capofila. Gli operatori, nonostante che il nostro rapporto con loro non fosse stato di lunga durata e fosse attuato in situazione di emergenza e di proroga, nonostante il loro legittimo bisogno di lavoro, hanno rifiutato di aderire ad un progetto che presentava comunque un carattere di rottura con la nostra esperienza. Siamo grati a questi operatori: oltre che la loro soddisfazione per l’esperienza fatta con noi e il loro riconoscersi pienamente nei criteri della nostra gestione, hanno mostrato che il senso della dignità e della correttezza esiste ancora.

Mentre noi operavamo altri esercitavano il loro ingegno nel distruggere la esemplare esperienza di Africa Insieme al Centro di Accoglienza, con scelte non solamente prive di trasparenza ma anche incuranti della sorte di coloro per i quali avevamo in corso risposte e pratiche in sospeso. E’ questo, per noi, l’aspetto più doloroso.

Di queste centinaia di pratiche sospese porta coscienza chi, politicamente, ha voluto o permesso un passaggio così traumatico ed ostile al nostro lavoro, avendo avuto a disposizione quasi un anno per istruire una soluzione decente.

Gli immigrati, non cittadini e non persone, possono essere affidati alla custodia di soggetti cui sinceramente non daremmo – qualora si trattasse dei nostri figli – neppure il compito di buttafuori da discoteca.

Così il consigliere del Polo sta in buona compagnia: tutti insieme, eliminando anche i residui del volontariato onesto e rigoroso, rendono più fragile e vulnerabile il tessuto sociale di questa città.

Buon lavoro e buona fortuna.

AFRICA INSIEME

Pisa, Dicembre 1999

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