Dicembre 1999. Polemica sul centro di accoglienza, parlano gli operatori

Non abbiamo parole per esprimere l’amarezza che ci prende alla lettura del testo del “Newroz”, pieno di menzogne e di falsificazioni deliberate e consapevoli di dati di fatto.

Non avremmo voluto, nè vorremmo oggi, ribattere punto per punto alle argomentazioni altrui, chiarire come si sono svolti davvero i fatti, sostituire pazientemente le bugie degli altri con la verità che abbiamo visto e vissuto quotidianamente. Ci sembra di essere entrati in una discussione al bar, tra ubriachi, dove ci si scambiano accuse, offese, dove si inventano racconti per convincere gli ignari e incuriositi spettatori, dove le cose come sono veramente avvenute non contano più niente. Vorremmo invece che si discutesse, seriamente, di come si debba oggi articolare sul territorio una politica dei diritti per tutti, di come si possa agire per ricostruire tessuti di solidarietà e di convivenza tra gli italiani e i migranti. Vorremmo anche che si parlasse delle attuali politiche dell’immigrazione, di cui la piccola e meschina vicenda del Centro di Accoglienza di Pisa rappresenta per noi un significativo tassello. Ci piacerebbe raccontare, a tutti coloro che ci leggono, come leggi anonime e astratte in materia di immigrazione mortifichino i diritti delle persone, come le lunghe file alle questure per ottenere pezzi di carta a caro prezzo sviliscano la dignità di uomini e donne in carne ed ossa. Vorremmo discutere insieme dei percorsi che si possono seguire per contrastare questa situazione.

Con queste brevi note non rinunceremo a chiarire a chi ci legge come si sono svolti i fatti che hanno portato al cambio di gestione del Centro di Accoglienza. Cercheremo di spiegare, per quel che ci è possibile, ciò che è successo, le trattative segrete e la logica clientelare e spartitoria -non si tratta di offese gratuite: proprio non ci vengono altre parole per definire quel che è successo- che hanno portato alla nuova gestione del Centro. Ma non vorremmo rinunciare qui a chiarire il senso di fondo, politico e culturale, di questa vicenda.

Come Africa Insieme, come operatori e volontari, abbiamo sempre pensato alla questione dell’immigrazione come ad un problema di diritti. Le politiche nazionali in materia, gli accordi di Schengen, tutto l’apparato legislativo e repressivo mobilitato oggi per affrontare la questione immigrazione, si muovono invece nella doppia logica dell’allarme sociale e del controllo.

Da una parte, l’allarme sociale con le sue mitologie terroristiche: gli immigrati sono troppi, arrivano fiumi indiscriminati di persone che non possono trovare collocazione nel nostro paese, i flussi devono essere regolamentati, bisogna proteggerci da chi arriva qui solo per rubare, spacciare o delinquere ecc. A nulla valgono i rapporti Caritas, supportati da documentazioni provenienti dal Ministero degli Interni, per i quali gli immigrati in Italia non sono troppi, l’arrivo di nuova gente in età da lavoro è compensato dal calo demografico, gli stranieri non rappresentano, nel loro complesso e con le dovute eccezioni da “legge dei grandi numeri”, un allarme dal punto di vista della criminalità ecc. Soprattutto, a nulla valgono gli inviti alla ragionevolezza: nessuna frontiera chiusa, nessun apparato repressivo possono fermare flussi di persone che arrivano nel nostro mondo in seguito a guerre, miserie, impoverimento, intolleranza etnica ecc. Leggi repressive e frontiere chiuse non limitano i flussi reali, non impediscono di entrare nella nostra terra: rendono invece chi vi è già entrato un “clandestino”, un fantasma giuridico, senza diritti e senza doveri, senza accesso a nessuna struttura sanitaria, senza contatti col nostro mondo e, magari, facile preda dei circuiti di criminalità tanto temuti e tanto citati dai paladini dell’ordine pubblico….

Dall’altra parte, la logica del controllo. Chi è arrivato in Italia, chi nonostante i molti sforzi repressivi delle Questure è riuscito ad inserirsi parzialmente nel nostro mondo, non è un soggetto di diritto, una persona come le altre. E’, in quanto straniero e perchè straniero, una persona a rischio, originariamente deviante, che ha problemi e che per questo deve essere guardato a vista. Oppure, in una logica un po’ assistenzialista e certamente ipocrita, è come un bambino che deve ancora imparare come si vive, a cui dunque vanno insegnate le regole e a cui bisogna trasmettere il senso dell’ordine e della pulizia.

La piccola e meschina vicenda del Centro di Accoglienza è un po’ figlia di questa logica. Il Comune non finanzierà più le spese legali del Centro, che in precedenza, sotto la gestione di Africa Insieme, erano servite per garantire ai più svantaggiati e ai senza reddito il diritto ad avere un avvocato per sostenere i difficili rapporti con le Questure, con la Prefettura, con enti pubblici ostili o distratti. Il Comune non finanzierà più il cosiddetto “Ufficio di Accoglienza”, un tempo gestito da Africa Insieme, attraverso il quale centinaia di stranieri hanno potuto conoscere i propri diritti elementari, rivendicare il rispetto delle leggi, sapere come si ottiene un permesso di soggiorno o dove rivolgersi per trovare risposta a problemi sanitari, legali ecc. Il Comune non assisterà più gli immigrati per spese di emergenza: ritorno in patria in caso di malattia o morte di familiari, viaggi necessari per contattare questure competenti lontane da Pisa ecc. Tutte spese rivolte a costruire percorsi di cittadinanza piena che ora, nella nuova logica dell’allarme e del controllo, non servono più.

I 25 ospiti del Centro di Accoglienza non sono più, nella nuova logica del Comune, persone con pieni diritti da garantire, rispettare e far rispettare, ma soggetti a rischio, originariamente problematici, da controllare e seguire passo passo. Non servono strumenti volti a garantire la loro cittadinanza: servono custodi, controllori, psichiatri, poliziotti, gente di ordine capace di far rispettare l’ordine. Così, tolto l’Ufficio di accoglienza, tolti i rapporti con gli avvocati, tolta la mediazione con la Questura, rimane la custodia, i cui costi sono però triplicati perchè si suppone che ci sia molto da controllare e molto da reprimere. La vita del Centro, a leggere la nuova convenzione, risulta così scandita da questa esigenza di controllo: periodiche “interviste” agli ospiti, colloqui, presenza costante degli operatori per sorvegliare la struttura, uno psichiatra per supervisionare il lavoro degli operatori.

Il Centro di Accoglienza diventa così una specie di comunità di recupero.

Così, la logica del diritto e dei diritti, che per noi era stata la faticosa cifra dell’operare quotidiano, scompare. Al suo posto, l’arida logica del controllo e della sorveglianza: gestita, ironia della sorte, proprio da chi, come alcuni componenti del “Newroz”, rivendica alla propria storia anche recente la battaglia per nuovi percorsi di cittadinanza.

Ma, lo abbiamo detto in un altro documento firmato dall’associazione, tutto sommato non è questo che ci ha amareggiato. Siamo profondamente contrari a questa nuova politica dell’immigrazione, ci impegneremo per combatterla in tutte le sedi democratiche, ma possiamo rispettarla e comprenderla, se espressa nella sua dignità di scelta.

Non così è avvenuto a Pisa. Per gestire il Centro secondo i nuovi criteri era necessario, letteralmente, far fuori Africa Insieme: non solo estrometterla, ma possibilmente delegittimarla. Di qui, ci pare, le molte menzogne dette, che non varrebbe nemmeno la pena di “smontare” tanto sono risibili: ma, si sa, il nostro silenzio potrebbe facilmente essere frainteso, e magari utilizzato strumentalmente.

Dunque, faticosamente, vorremmo ribadire quel che segue:

1) Gli operatori che oggi subentrano al nostro posto in qualità di membri della cooperativa “Promolavoro” sono gli stessi che hanno lavorato a lungo con Africa Insieme. Il loro atteggiamento nei confronti dell’associazione e, soprattutto, degli ospiti, è stato troppo spesso inqualificabile. Alcuni fatti, volutamente omessi nella ricostruzione del Newroz, lo dimostrano.

Anzitutto, le reiterate assenze sul posto di lavoro. Stiamo parlando, si badi, di assenze che hanno provocato gravi danni al lavoro quotidiano: assenze non giustificate e non preannunciate, che si prolungavano per settimane intere, orari non rispettati con meticolosa sistematicità. Non dunque, un po’ di superficialità, infantile ma tutto sommato tollerabile, ma un comportamento che, col senno di poi, non può che essere definito boicotaggio sistematico. Questo comportamento, che in qualunque altro posto di lavoro sarebbe stato censurato fino al licenziamento, è stato invece, a lungo e forse ingenuamente, tollerato da parte dell’associazione e della responsabile della struttura. Da parte dell’associazione c’era il tentativo di valorizzare le competenze e l’impegno degli operatori anche di fronte a questi atteggiamenti. In base a questa logica, tutti gli operatori sono rimasti al loro posto fino alla scadenza della Convenzione regolare con il Comune.

Ma vi sono altri fatti ben più gravi, su cui il documento del Newroz “giustamente” sorvola: un operatore ubriaco si presenta in piena notte per picchiare una persona presente nella struttura e a lui non gradita; lo stesso operatore si presenta, sempre ubriaco, all’Ufficio di Accoglienza e in un attacco d’ira distrugge fax, telefono portatile “cordless” e tastiera del computer; il suo collega lo difende e anzi accusa l’associazione di non garantire l’ordine nella struttura; un altro operatore nasconde i buoni mensa forniti dal Comune; in più, le calunnie degli operatori ai danni della responsabile del centro e dei loro stessi colleghi. L’elenco potrebbe continuare ancora, ma ci fermiamo qui, per decenza. A questi comportamenti gravissimi non si è mai risposto con il licenziamento, come pure sarebbe stato legittimo.

Gli operatori, lo ripetiamo per chiarezza, sono rimasti al loro posto fino alla scadenza della Convenzione, il 30 Aprile 1999. Dopo quella data è partito il regime di “proroga”, nel quale Africa Insieme non era più ente gestore a tutti gli effetti, ma manteneva l’ordinaria amministrazione in attesa della definizione di una nuova forma di gestione del Centro. A quella data le carte erano già state scoperte: gli operatori già trattavano pubblicamente con il Comune a nome della Promolavoro, a nome della Promolavoro chiedevano l’allontanamento di Africa Insieme ritenendola inaffidabile e si candidavano quali nuovi gestori della struttura. Per questo, per affrontare le poche settimane che dovevano rimanere (e che poi, per le lungaggini burocratiche, sono diventate mesi), l’associazione ha allontanato i rappresentanti della Promolavoro che volevano “licenziarla” e si è avvalsa della collaborazione di un nuovo gruppo di operatori.

Eppure, i fatti raccontati dal Newroz sembrano l’esatto contrario di tutto ciò: vi si parla di un “licenziamento” senza preavviso, di comportamento antisindacale da parte dell’associazione, e quant’altro. Tutte cose false, deliberatamente e completamente false.

2) Nonostante questi comportamenti inqualificabili, tutti i contributi e le retribuzioni degli operatori sono stati pagati. Gran parte della cifra è stata tra l’altro anticipata personalmente dalla famiglia Campioni per ovviare ai ritardi e alle inadempienze del Comune. Qui la menzogna del Newroz rasenta l’incredibile, e forse l’unico modo che abbiamo per essere creduti è quello più semplice: mettiamo a disposizione di chiunque le fotocopie delle ricevute dei versamenti! Sono liberamente consultabili presso il Centro Nord-Sud.

Il pagamento integrale di retribuzioni e contributi a fronte di un atteggiamento scorretto degli operatori non è derivato da una “gentile concessione”, ma dal riconoscimento di un diritto, al quale peraltro non è corrisposto un analogo riconoscimento, da parte di questi operatori, dei loro doveri.

3) In merito alla morte di Tarik riteniamo inqualificabile la logica della menzogna. Per noi risulta particolarmente doloroso rispondere a bugie costruite deliberatamente strumentalizzando una tragedia che ci è ancora difficile richiamare alla mente.

Il documento del Newroz asserisce che Africa Insieme voleva cacciar via Tarik dal Centro di Accoglienza. Non è vero, ed anzi è vero il contrario. Una gran parte dei conflitti tra l’associazione e gli operatori che ora sono dipendenti della coop. Promolavoro si giocava proprio su questo: Africa Insieme lavorava per costruire percorsi di diritto e di cittadinanza, cercava nei limiti del possibile di non allontanare dal Centro nessun ospite a cui non fosse in qualche modo garantita una qualche sistemazione alloggiativa. Gli operatori in questione invece più volte proponevano l’espulsione di soggetti da loro considerati troppo problematici e perciò intollerabili. Molto spesso ci siamo trovati a litigare o a discutere su casi specifici: persone con gravi problemi di salute, o psichici, o con storie di vita drammatiche alle loro spalle, bisognose comunque di un tetto sotto il quale dormire, venivano sbrigativamente liquidate come “spacciatori”, naturalmente senza sapere nulla della loro storia, senza conoscerli, sulla base di chissà quali dicerie.

Ma naturalmente la verità viene deliberatamente rovesciata dal Newroz: eravamo noi, dunque, a voler cacciare Tarik…. così si costruisce la verità raccontata da queste persone senza scrupoli.

Episodi piccoli, banali incidenti di percorso vengono poi deliberatamente inseriti in contesti inventati. Così, l’episodio della nostra assenza all’obitorio il giorno della morte di Tarik. All’obitorio c’eravamo, ma quelli di noi che si assunsero il doloroso incarico di riconoscere la salma -e alcuni di noi, lo diciamo senza alcuna vergogna, non ce la fecero- arrivarono tardi perchè male informati sull’orario. Un banale incidente, trasformato prontamente in una voluta omissione. Ecco, di nuovo, una versione dei fatti costruita scientificamente sulla menzogna. Non abbiamo parole.

4) Due parole, infine, sul percorso che ha portato all’allontanamento di Africa Insieme.

Vi sono stati lunghi mesi di trattative sottobanco intercorse tra l’assessore, alcuni esponenti della maggioranza in consiglio comunale e i rappresentanti della cooperativa Promolavoro. In questi incontri si progettava l’allontanamento di Africa Insieme dalla struttura di accoglienza. Nulla di male, naturalmente: l’affidamento del servizio all’associazione era una scelta politica, che come tutte le scelte politiche può essere revocata per motivi politici (condivisibili o meno). Se non fosse appunto che nessun motivo politico veniva addotto per una scelta del genere, e che i rappresentanti della cooperativa Promolavoro erano, a quell’epoca, operatori dell’associazione stessa che volevano licenziare. Tra l’altro, con l’abile gioco delle tre carte, da una parte si parlava di Africa Insieme come di un gruppo di inaffidabili pasticcioni (se non peggio), dall’altra, nella proposta presentata al Comune dalla cooperativa Promolavoro, si rivendicava il lavoro svolto dall’associazione.

Quando poi, allo scadere della Convenzione, si sono scoperte le carte e il gioco di riunioni segrete, incontri clandestini e trattative private è diventato pubblico, la scelta del Comune non è stata quella di procedere in modo trasparente, spiegando cioè i motivi per cui Africa Insieme non avrebbe dovuto gestire ulteriormente la struttura di accoglienza. Non si è convocato il Comitato di Gestione, strumento di governo delle problematiche dell’immigrazione che il Comune si è dato, nel quale siedono diverse associazioni e gruppi di cittadini. Il Comitato di Gestione non ha mai votato su nulla: non solo sull’allontanamento di Africa Insieme (che potrebbe essere, da solo, il banale avvicendamento di un soggetto con un altro), ma sulla filosofia di fondo del nuovo progetto, sulla chiusura dell’Ufficio di Accoglienza, sul taglio dei fondi per le spese legali, sulla cancellazione dei servizi e il contestuale, paradossale aumento dei costi per la gestione del Centro.

Con una specie di colpo di spugna, senza consultare le associazioni, il Comitato di Gestione, i gruppi consiliari in Comune, gli immigrati e gli ospiti del Centro di Accoglienza, si è deciso di affidare la gestione della struttura a cooperative.

Poi, non contenti di passaggi così frettolosi e autoritari, si è pensato bene di non scegliere le cooperative attraverso un regolare bando con gara d’appalto, che avrebbe almeno garantito la neutralità dell’amministrazione. Si è affidato il servizio, direttamente, a un’ATI (associazione temporanea di imprese) che ancora non era costituita, e che comprendeva, naturalmente, la cooperativa Promolavoro. Evidentemente lunghi mesi di trattative segrete a Palazzo Gambacorti avevano pagato. Una logica da Prima Repubblica, degna della peggiore tradizione del pentapartito.

Ci preme, su questo punto, una ultima precisazione. Africa Insieme per prima ha sempre considerato improprio il suo ruolo di ente gestore di un servizio pubblico. Abbiamo sempre pensato, e continuiamo a pensare, che un’associazione debba fare il suo mestiere, e cioè quello di organizzare il volontariato, vigilare sul funzionamento dei servizi pubblici, costituirsi come soggetto critico e di stimolo nei confronti delle amministrazioni. Come abbiamo sempre pensato che il Comune debba fare il suo mestiere, che è quello di gestire i servizi al cittadino. Abbiamo accettato questo ruolo, anni fa, per fronteggiare un’emergenza, per poter vedere finalmente aperto un Centro di Accoglienza che aspettavamo da tempo, e anche, lo diciamo senza pudori, per venire incontro alle esigenze di amministratori che stimavamo e che ci chiedevano collaborazione. Saremmo stati ben contenti di lasciare il nostro posto ad altri soggetti, ritornando alla nostra vocazione originaria di associazione di volontariato, di critica, di protesta e di cultura. Del resto, per quanto riguarda noi operatori, abbiamo sempre vissuto l’ambiguità di essere, al tempo stesso, membri di Africa Insieme e suoi dipendenti, volontari e professionisti, critici delle scelte dell’amministrazione comunale e suoi esecutori.

Avremmo insomma volentieri lasciato il testimone ad uffici del Comune opportunamente organizzati per gestire il servizio. Meno ci convinceva, e ci convince, la scelta delle cooperative, perchè conosciamo le disastrose conseguenze della delega al “privato sociale” di funzioni che appartengono propriamente all’ente pubblico. Ma avremmo accettato anche questa soluzione. In altri modi, in altri contesti e sotto tutt’altro segno. Oggi constatiamo con amarezza di essere stati, noi e gli immigrati, vittime di una forma di clientelismo che credevamo, che speravamo sepolta con la Prima Repubblica.

Gli operatori di Africa Insieme:

Sergio Bontempelli, Valerio Cerretano, Simone Coppola, Francesco D’Oria

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