Un programma per la città. Febbraio 1995

Nel Febbraio 1995 l’associazione Africa Insieme indirizza alla nuova Giunta comunale, guidata dal Sindaco Piero Floriani, un lungo documento per un governo democratico dell’immigrazione. Eccone il testo.

A Pisa il 20 Novembre si è votato per rinnovare l’amministrazione: tra i cittadini che operano ed interagiscono nella comunità pisana ve ne sono alcuni che non hanno potuto esercitare il diritto di voto anche se residenti nella nostra città da alcuni anni ed in qualche caso anche da più di un decennio. Sono gli immigrati da paesi extraeuropei che, invece di vedere realizzata una migliore integrazione sulla via della cittadinanza e dei diritti, vedono ogni giorno peggiorare la propria condizione. Non solo non si parla più di possibili diritti politici, ma continuamente vengono minacciati quei pochi diritti — precariamente acquisiti — dalla volontà di rendere sempre più restrittiva la legislazione vigente, pure d’emergenza e di polizia. L’immigrato ha già di fronte uno «stato di polizia»: non le amministrazioni e i governi locali ma le questure, le circolari del Ministero, la discrezionalità e la burocrazia regolano ogni atto della sua vita che non conosce alcuna certezza del diritto. I numeri ufficiali degli immigrati regolari diminuiscono non perché si può percorrere in positivo una strada di diritti e di cittadinanza(lo status di immigrato sembra essere perenne e ereditario) ma perché si può percorrere solo una strada all’indietro: il permesso di soggiorno non si può avere se arrivati dopo una certa data, ma si può perdere con estrema facilità nei meandri di leggi e circolari che scandiscono-controllano ogni momento della vita.

Oggi si assiste ad un attacco generalizzato da parte delle forze governative di destra che sembrano voler trovare un capro espiatorio, un diversivo rispetto alle loro difficoltà.

L’aperta ostilità verso gli immigrati, che conosce un vero e proprio salto di qualità nella volontà di criminalizzare, enfatizzare, costruire stereotipi, non è solo sintomo di una cultura regressiva e disperdila di solidarietà democratica: è parte di un attacco alle fasce più deboli nella volontà di mistificare e dividere.

Nella fase attuale: l’assenza di una politica adeguata sull’immigrazione parla della carenza di democrazia che c’è in Italia. Ancor più: parla dei pericoli, delle minacce, delle involuzioni possibili che fanno talvolta sentire il loro peso anche sulle scelte di presunto “realismo”.

Non è certo il numero degli immigrati presenti sul territorio a costituire un problema, ma l’incapacità a governare democraticamente la presenza di persone la cui attività pure è funzionale allo sviluppo della nostra economia. Basti pensare solo alla presenza essenziale nelle fabbriche del Nord o, nelle nostre zone, alle concerie di Santa Croce.

Il tentativo di enfatizzare o creare demagogicamente divisioni tra le fasce deboli deve trovare una risposta in adeguate politiche sociali con un salto di qualità capace di superare pratiche di emergenza.

Le forze progressive devono avere il coraggio di praticare un programma concreto e democratico, segnale di grande civiltà, senza essere in nulla subalterni ai fantasmi e agli stereotipi agitati demagogicamente dalla destra, nella consapevolezza che i diritti dei più deboli sono la democrazia di tutti.

Quando rinunciamo perfino a parlare di queste problematiche in realtà parliamo degli immigrati con un messaggio netto e preciso: di questo problema ci vergogniamo. E così la gente non matura opinioni, ma rafforza pregiudizi e senza che ce ne avvediamo la destra, la mentalità leghista, vince nella coscienze, ancor prima che nei voti.

Presenze in città

Nel Comune di Pisa sono presenti circa un migliaio di immigrati (più numerosi i Senegalesi, poi i Cinesi, i Filippini, i Marocchini etc). Sono impiegati per lo più nell’edilizia, nell’agricoltura, nell’industria, nella ristorazione. nei servizi e nell’assistenza domestica. In quest’ultimo settore la carenza di manodopera è forte anche rispetto alla presenza extracomunitaria. Ci sono infatti all’Ufficio provinciale del lavoro richieste nominative per donne non ancora entrate in Italia. Si può dire — l’Ufficio di collocamento ha sempre confermato questo dato —che non si sono dati casi di conflittualità con i disoccupati italiani. Il tutto-servizio, dagli Italiani è considerato schiavitù. Molti degli immigrati residenti a Pisa lavorano nelle concerie di Santa Croce. Nella nostra Università studiano inoltre centoquaranta giovani provenienti da paesi in via di sviluppo.

Una presenza complessivamente non massiccia ma variegata, consolidata nel tempo (basti pensare alla presenza più che ventennale della comunità eritrea o all’accoglienza significativa di Pisa verso profughi politici dalla Grecia, dal Cile, dei bambini Saharawi etc.) e significativa dal punto di vista culturale.

Pisa ha tradizioni di civiltà e di apertura e, grazie alla sua sensibilità democratica e alla intelligenza dell’associazionismo e del volontariato, tra le prime in Italia ha approntato strumenti di conoscenza e di incontro rispetto al nuovo fenomeno di immigrazione dai paesi in via di sviluppo.

Percorsi di cittadinanza

Date le caratteristiche del fenomeno immigratorio nella nostra città, chiediamo alla neo eletta Amministrazione una sensibilità al problema da spendersi non in parole ma in fatti concreti, con queste tre, essenziali, finalità:

1) la parità dei diritti davanti alle istituzioni

2) l’accoglienza attraverso una politica abitativa adeguata e la garanzia dei diritti di base, primo quello alla salute

3) la valorizzazione sia dei momenti di scambio e incontro culturale sia di quelli in cui si esprimono aggregazioni diverse, da quelle religiose a quelle cooperativistiche.

Il primo punto significa garantire percorsi di cittadinanza a tutti coloro che, presenti di fatto nel tessuto sociale del nostro territorio, ne costituiscono complessità e ricchezza dal punto di vista umano, culturale e socioeconomico. E’ importante una posizione chiara dell’Amministrazione eletta nei confronti degli organi che, a livello locale, rappresentano lo Stato, quali la Questura e la Prefettura: a questi organi la città deve chiedere una lettura delle disposizioni di legge che limiti al massimo la sfera dell’irregolarità (pensiamo ad una lettura a nostro avviso possibile rispetto ai minori e ai rifugiati di fatto dalla ex lugoslavia).

L’Amministrazione comunale rappresenta tutti coloro che vivono sul proprio territorio. Come tale deve essere particolarmente preoccupata se a qualcuno dei propri cittadini di fatto, manca o viene a mancare l’esistenza giuridica. Tale onesta preoccupazione speriamo si traduca sia in precise competenze (o valorizzazione delle competenze) sia nel far sì che gli Uffici (del Comune, dell’U.S.L. etc) non pensino, come prima risposta alla domanda del cittadino straniero, che senz’altro ci sarà pure qualche cavillo che gli nega quel tal diritto (residenza, assistenza sanitaria, accesso a servizi riabilitativi): tali risposte, dettate spesso da superficialità, paura di prendersi responsabilità, desiderio di allontanarsi qualche rogna, impediscono l’esercizio dei diritti elementari, rendono davvero disuguali, quando, addirittura.non provocano la perdita di quel fragile “foglio di soggiorno” da cui dipende tutto il resto.

Residenza: un diritto/dovere.

Fu trovato il cavillo tecnico per dare la residenza agli stranieri in una inesistente abitazione in via degli Uffizi quando il problema era la “caduta” di Pisa al di sotto dei 100.000 abitanti, non lo si trova quando l’abitazione dello straniero è sui generis, è vero, ma è pur sempre luogo dove si sta e simbolo di un altro diritto e di altri diritti umani negati: una macchina, l’albergo, il Centro di Accoglienza, una sede associativa, o il carcere.

La residenza è un diritto-dovere dello straniero, a volte, negandola, si nega contemporaneamente il diritto all’assistenza, al trasferimento o rinnovo del soggiorno, alla patente di guida e al ricongiungimento familiare o, per chi si trova in carcere, alla sospensione pena per cure mediche o per interventi riabilitativi.

Cenni sul problema carcerario degli stranieri

Accenniamo al carcere. Un argomento difficile, che forse crea in tutti noi imbarazzo: l’immigrazione si presenta, a chi la conosce direttamente e non attraverso le cronache , come un insieme di uomini e di donne con storie, progetti, culture, speranze e caratteri fra loro infinitamente diversi, ma tutti accomunati dall’essere energie e intelligenze vivaci, persone coraggiose che hanno avuto la forza di lasciare paesi disastrati per trovare qualcosa, di solito non solo e non tanto per sé, quanto per i figli, i genitori e i più deboli rimasti a casa. Niente a che fare, insomma,con la marginalità espressa dalle nostre forme sociali, a cui purtroppo siamo sempre più abituati.

A volte non trovano risposta: la società dei consumi è di fronte come vetrina ed a loro si nega l’esistenza giuridica, una casa, il rapporto normale degli affetti. Allora c’è il rischio della destrutturazione, rischio per loro, ma questa volta anche per noi come minaccia alla nostra tranquillità. Alcuni di questi progetti interrotti li troviamo in carcere: a Pisa abbiamo mediamente cinquanta detenuti stranieri su una popolazione carceraria di trecentocinquanta persone. Sono molto giovani, di solito da poco giunti in Italia, per lo più arrivano al circondariale di Pisa per trasferimento da altre città (il fenomeno immigratorio nella nostra città non è generalmente in rapporto con la microcriminalità.).

I reati per cui sono in carcere sono reati minori, spesso la contravvenzione di norme sul soggiorno. Una lunga serie di colloqui lascia l’impressione di una vicenda collettiva a tante voci dove l’ingiustizia è assoluta e totalizzante. Se lo straniero è stato arrestato insieme ad un italiano, per lo stesso reato, in genere l’italiano è fuori e lui è dentro, non per razzismo ma per legge: lo straniero imputato non ha alternative alla custodia cautelare, non usufruisce degli arresti domiciliari, della sospensione pena per cure. gli affidamenti al servizio sociale sono più difficili. Lo straniero va in carcere se sospettato di non essersi adoperato a sufficienza per procurarsi i documenti atti all’espulsione.

Agli enti locali chiediamo non un po’ di pietà ogni tanto sui casi più disperati ma, da un lato, la consapevolezza, che deve arrivare al governo centrale,che non può essere una buona normativa quella che rende una categoria di persone tanto più incarcerabile di altre, dall’altro un’azione precisa che ci faccia attuare, da subito, i correttivi possibili: la residenza, ad esempio, se è legata al permesso di soggiorno, a maggior ragione dovrebbero essere legata all’obbligo di soggiorno, derivante dal dover espiare una pena. E le risposte degli uffici che trattano con cittadini in difficoltà dovrebbero essere tese ad esperire le possibilità in positivo delle norme, ad esempio di quelle regionali, per trovare i nessi e le basi su cui poggiare per costruire una vera e non retorica cittadinanza.

Uffici e centri di accoglienza: per una gestione più incisiva

In gran parte ciò può avvenire consolidando semplicemente la politica di accoglienza già iniziata da precedenti amministrazioni: ad esempio attraverso un potenziamento delle attività già previste dal Centro di prima accoglienza per cittadini stranieri, con una sua gestione più incisiva e che coinvolga direttamente le forze del volontariato e quegli immigrati che, dopo una lunga esperienza nel volontariato, si sono organizzati in cooperativa.

Il Centro di Prima Accoglienza (l’Ufficio in via del Carmine, per intenderci) era nato su istanza specifica dei cittadini stranieri organizzati in Africa Insieme, aveva trovato inizialmente nella Caritas un soggetto esperto e sapiente di impegno e promozione, ha avuto poi vicende alterne e fra loro collegate di disimpegno degli assessorati e poi di critica e infine sganciamento della Caritas, fino ad una riscrittura molto burocratizzata della Convenzione medesima, che ha portato all’uscita della Chiesa Valdese. C’è stato nel contempo l’ingresso della San Vincenzo ed una collaborazione a distanza e non formalizzatadella Caritas.

La buona volontà dell’ultimo assessorato (Ciccone) è servita a rimettere in piedi alcuni progetti ma non è stata sufficiente, per mancanza di tempo, a rimediare ai guasti degli ultimi anni. Le difficoltà degli immigrati sono così state accentuate, il peso per Africa Insieme e, immaginiamo, anche per la Caritas ed anche a livello economico, si è fatto insostenibile e la burocratizzazione è divenuta talmente forte da farci rimettere in discussione, se non si potesse modificare, la nostra stessa presenza nel comitato di gestione.

Gli uffici prendono decisioni «politiche» come se si trattasse di normale routine amministrativa, fino ad andare a colloqui con la Questura, rispetto ai profughi provenienti dalla ex Jugoslavia, con parole che vengono interpretate dalla Questura medesima come richiesta di limitare la “concessione” dei soggiorni per motivi umanitari, perché Pisa non risulti città troppo appetibile a questi infelici. Il volontariato si vergogna e non replica perché l’Ufficio da cui è partita una tale ambiguità è pur quello che contribuisce a gestire: in realtà è quello che lo esclude dalle decisioni e al tempo stesso gli scarica addosso problemi, contraddizioni, spese insostenibili.

C’è il rischio che, non essendo in condizioni da risolvere i problemi, senza accorgercene agiamo in maniera tale da togliere loro anche la voce.

Diritto alla salute

Fra i diritti primari non bisogna dimenticare il diritto di tutti, al di là della loro posizione giuridica, all’assistenza sanitaria. Bisognerà pensare a come realizzarlo cercando un coordinamento delle istanze già presenti sul territorio quali il Consultorio per donne e bambini stranieri di via Conte Fazio, istituito (insieme ad altri quattro in altre città) dalla Regione e l’ambulatorio gestito dalla San Vincenzo de Paoli. La questione dell’assistenza sanitaria è complessa, implica tanti altri problemi, ad esempio quello delle residenze, i diritti dei senza soggiorno, il coordinamento delle tante buone volontà che per il momento lavorano scoordinate e nell’incertezza. C’è stata fino adesso una totale sordità dell’U.S.L. verso un simile problema, che si è manifestata con la mancata partecipazione alle sedute del Comitato di gestione di cui pure faceva parte e risposte burocratiche tese sempre a limitare i diritti (con qualche funzionario che neppure si esime dal fare considerazioni sull’inutilità delle spese sostenute per onesti non cittadini).

Tutela giuridica

Avendo individuato, da anni, nel campo dei diritti e non in quello della mera assistenza, il nostro principale terreno di impegno ci andiamo occupando, oltre che dei diritti da conquistare a livello legislativo per una piena cittadinanza, della tutela giuridica, perché i diritti esistenti siano realmente tali. In questo lavoro abbiamo trovato solidarietà ed appoggio in una serie di studi legali sensibili al problema della democrazia. Anche la delibera istitutiva del Centro e del relativo Comitato di Gestione accoglieva l’esigenza e metteva la tutela giuridica fra i suoi compiti. In realtà, poi, le note vicende di difficoltà e intralci nella realizzazione delle pur buone intenzioni, hanno fatto sì che tutto il lavoro di consulenza e difesa sia stato sostenuto a livello di puro volontariato e, infine, date le nostre condizioni economiche, abbiamo chiesto ai legali disponibili un impegno non retribuito assolutamente al di là della decenza.

Ora sentiamo la necessità di qualcosa di più strutturato e stabile che assicuri momenti certi di consulenza, ma anche momenti di riflessione comune sulla legislazione che riguarda specificamente gli stranieri. Tutto ciò dovrebbe avere anche la funzione di osservatorio arricchendo quindi l’area delle competenze e la cultura della nostra città su questi temi. Una simile struttura, oltre a vedere la presenza di un legale in giorni determinati al Centro per raccogliere i problemi, potrebbe far capo per gli aspetti informativi, per i materiali e per la promozione di momenti di dibattito e di confronto, al Centro di documentazione, promosso con Africa Insieme, dall’Amministrazione Provinciale.

Forse è superfluo, ma ci pare opportuno ancora ribadirlo, che gli stranieri soffrono di particolare debolezza giuridica: il minimo errore, anche di ordine burocratico, può far perdere loro il diritto di esistere, cioè il permesso di soggiorno.

Inoltre, anche un contatto non approfondito con il carcere impone un’osservazione: i detenuti stranieri sono privi di difesa. Arrivano ai processi senza aver parlato con un avvocato, si fanno patteggiamenti su reati che comportano la perdita del permesso di soggiorno, arrivano ad accumulare mesi e mesi di carcere per mancanza dei documenti o vengono arrestati per sentenze passate in giudicato in processi di cui non avevano avuto sentore, magari per la vendita di borse e magliette, e in cui non si era chiesta, per loro, la sospensione condizionale della pena. Insomma, la tutela giuridica è un campo da curare se non vogliamo che cresca di fatto intorno a noi, un mondo a parte, per il quale non funzionano i diritti più elementari, senza voler scomodare la parola garantismo.

La casa: un’emergenza per i deboli, un diritto per tutti

I diritti sostanziali: uno dei problemi più urgenti, anche per i cittadini stranieri, è quello della casa. E’ necessario utilizzare la legislazione vigente anche a livello regionale e in coordinamento con tutti i Comuni dell’area.per passare dalla fase della prima accoglienza (a questo proposito è pur necessario terminare quanto prima il Centro di via Garibaldi che ha conosciuto eccessivi ritardi) alla fase della seconda accoglienza, all’interno di una politica della casa che protegga le fasce più deboli. Per i profughi dalla ex Jugoslavia la legge prevede interventi specifici con specifici finanziamenti, da chiedere e utilizzare in tempo: ora si accampano i diritti negati e i bisogni che mai trovarono risposta degli slavi storici per negare quelli degli ultimi arrivati, in un gioco al massacro senza fine.

Nell’emergenza la Prefettura aveva individuato come luogo di accoglienza la Casa per ex detenuti di Riglione, sono stati acquistati gli arredi: poi i profughi della prefettura non sono arrivati e sono rimasti fuori i vecchi e i nuovi slavi (tanto questi ultimi non esistono…. purché la questura non dia loro i soggiorni) così come gli ex detenuti: sprecare strutture e mantenerle vuote piuttosto che cederle ad ospiti sgraditi è una vecchia prassi… speriamo che la storia non si ripeta.

Dall’assessorato precedente abbiamo avuto l’affidamento di una abitazione facente parte del complesso della colonia “Figli degli italiani all’estero”. Era da ristrutturare e ci abbiamo per ora impegnato 24.000.000 (di cui 6.000.000 da pagare entro Giugno).

Possiamo ricavarci 14 posti letto: ci sono poi stanze esterne (di cui è stato intanto risanato il tetto) e spazi all’aperto che potrebbero essere utilizzati per allestire anche un bar ristorante, fare musica e attività culturali: per questi abbiamo presentato un progetto alla Regione. La gestione, a nostro avviso, dovrà essere affidata ad una cooperativa di immigrati. Per terminare l’abitazione (mancano i sanitari e verifiche sull’impianto elettrico e idraulico e gli arredi) speriamo in una sottoscrizione.

Diritto allo studio

Guardiamo con molto interesse al progetto complessivo di sostegno ( corsi, prestito libri, informazione alloggi) che l’Università sta elaborando per gli studenti stranieri. L’attuale gestione dell’Ateneo si mostra infatti sensibile ai problemi degli studenti provenienti da PVS. Il sostegno dato a questi studenti, infatti, è una delle forme più chiare e sicure di cooperazione, inoltre una considerazione realistica delle cose ci fa capire che la norma legislativa che chiede ai giovani extracomunitari di dimostrare ottocentotrentamila lire mensili di reddito è nei fatti assurda. Insomma, non è vero che gli studenti provenienti dai paesi poveri sono dei ricchi.E’ necessario che anche le istituzioni locali si rendano conto della situazione, questo per evitare ipocrisie da un lato, e umilianti, di fatto, affidamenti di chi studia alla carità, con dubbi risultati a livello umano e rischi di colonizzazionea livello culturale.

L’Università ci sembra che vada impostando, invece, un discorso laico di diritto allo studio, partendo dalle condizioni di fatto, misconosciute dalla legislazione nazionale. In questo quadro rientra un interessante progetto di adibire un’abitazione di proprietà dell’Università stessa a foresteria, con connotazione anche culturale di piccola “casa dei popoli” e con possibilità di residenza per una decina di studenti soprattutto dei primi anni.

Infatti è proprio lo studente appena arrivato che è in difficoltà, e rischia di perdere, nei primi due anni, non solo la sua possibilità-diritto allo studio, ma anche il soggiomo, a sua volta legato al superamento degli esami.

Centri polivalenti e la casa dei popoli

Chiediamo di realizzare un centro polivalente per residenze che sia anche luogo di incontro culturale e ricreativo per giovani italiani e stranieri, che abbia una sala per culto religioso etc. E’ possibile farlo in connessione con i Comuni dell’area, valorizzando, ad esempio, una struttura come l’ex-Ipa Barsotti, per anni vuota ed ancora fortemente sottoutilizzata. Si trattò, allora, di una brutta speculazione, o comunque di un impiego errato di denaro pubblico: ora, con poca spesa, e prima che vada tutto in degrado (le colonie di Tirrenia – Calambrone insegnano) potrebbe riscattarsi ad opera socialmente e culturalmente lodevole. Su questo, con tecnici del settore, stiamo mettendo a punto un progetto dettagliato. Altri luoghi potrebbero essere il Centro Accoglienza di via Garibaldi, una volta ultimato, la foresteria per studenti stranieri prevista dall’Università e, soprattutto nella buona stagione il nostro progetto per la struttura del Calambrone.

Le comunità degli stranieri, le loro associazioni religiose o culturali non hanno un luogo dove riunirsi: manca uno spazio dove chiacchierare e conoscersi. La mancanza di luoghi di aggregazione rende la città più disumana per tutti: a maggior ragione per chi non ha i punti di riferimento familiari e tradizionali.

Un caso estremo: le collaboratrici domestiche a tempo pieno che quando sono in casa sono a disposizione di altri, quando hanno tempo a disposizione per sé non hanno casa, nel giorno libero puoi vedere le colf filippine sulle panchine di Piazza Vittorio Emanuele; nient’altro riesce ad offrire loro la città dove lavorano.

Fin dall’inizio, abbiamo visto in una “Casa dei popoli”, gestita direttamente dagli immigrati, il luogo possibile di incontro quotidiano tra immigrati e italiani, un luogo dove si sperimentino nuove convivenze e serenità, dove sia reso concreto l’approccio ad altre forme di vita e di cultura.

Il progetto di «una città dei diritti», più umana e solidale non può lasciare al sogno questa prospettiva.

In questi anni di ricerca affannosa di soluzioni abitative per gli immigrati abbiamo “scoperto” l’esistenza di tante strutture pubbliche e appartamenti che vanno in degrado. Non conosciamo i motivi di una tale incuria, speriamo soltanto che ora riescano a prevalere, su altre considerazioni, i bisogni delle fasce deboli della popolazione, i bisogni aggregativi degli anziani e dei giovani e, fra questi, anche degli immigrati.

Si tratta comunque, in ogni caso, di promuovere programmi comuni e coordinamenti operativi tra gli enti locali vicini al fine di potenziare strumenti e risorse di accoglienza e facilitare forme di rappresentanza e di aggregazione degli immigrati. In particolare è importante coordinarsi con il Comune di Cascina dove risiedono molti immigrati che poi gravitano su Pisa e che ora sta per aprire un proprio Centro di prima accoglienza con 25 posti, e con Santa Croce, dove molti degli immigrati pisani lavorano.

Dai Centri di accoglienza alla politica sociale per la casa

Vorremmo spendere qualche parola anche sul Centro di prima accoglienza di via Garibaldi. Il progetto, del 90, rispondeva a quanto previsto dalla legge Martelli. Ora è superato, perché superato è il concetto stesso di prima accoglienza emergenziale con centri costosi e ghettizzanti.

E’ inutile riparlare dei ritardi, dei finanziamenti persi e tornati per vie traverse: nel marzo scorso (’94), abbiamo fatto una forzatura perché il Centro aprisse la parte terminata, quattro stanze, che originariamente erano destinate ad uffici e luoghi di socializzazione. Ci sono otto posti letto (una stanza i funzionari l’hanno riservata ad ufficio per le loro visite) ed ora abbiamo l’esperienza di sette mesi di gestione in collaborazione con gli affari sociali del Comune. I problemi sono stati molti, ma non forse quelli classici dei Centri di Accoglienza. I problemi, infatti, non sono venuti dall’utenza, ma dai rapporti con gli uffici.

L’utenza è per lo più composta da persone che tendono ad integrarsi nella comunità cittadina, che vengono ad Africa Insieme, anche alle riunioni, che in qualche modo maturano un senso di appartenenza e di responsabilità anche verso gli altri immigrati.

Ognuno è informato e sente continuamente come e perché quel centro sta in piedi, il perché delle decisioni e dei contrasti e degli errori. Siamo invece assai perplessi di quella che ci appare una concezione autoritaria e burocratica della gestione e che viene dagli uffici. Tutto sommato punitiva verso gli ospiti: si dice di no a qualunque richiesta come quella di non avere letti a castello (visto che il sopra non può venire utilizzato e serve solo a sbatterci la testa e a dare il senso della prigione, lavare un paio di calzini alla fontanella etc) mentre non destava alcuna preoccupazione visibile il fatto che per sette mesi non ci sia stata acqua calda, ol’ aspiratore nel bagno, o che permanga un umido che esce da tutte le parti e va mangiando l’intonaco dovunque (al di là dei costi, pur notevoli, sostenuti per la ristrutturazione).

E non rispettosa verso il volontariato che garantisce la vita del Centro stesso. E’ stata infatti imposta, per otto persone, la sorveglianza 24 ore su 24 (altrimenti il Comune non accettava di aprire): 20 di queste ore giornaliere le copriamo noi, così come pensiamo alle pulizie e rispondiamo di tutti gli adempimenti burocratici per chi entra. Ora non abbiamo più un soldo per pagare gli operatori. Il Comune (uffici, assessorato addetto) nonché prendersi le proprie responsabilità e almeno salvare le forme chiedendoci di pazientare ancora un po’, rimprovera se trova un filo di polvere, minaccia e scaccia – anche contro lo spirito e la lettera del regolamento – quelli a cui è scaduto il tempo senza preoccuparsi delle soluzioni abitative alternative, richiama i nostri operatori se il centro è rimasto scoperto anche cinque minuti o a sostituire all’ultimo momento chi, senza preavviso, nel frattempo se ne è andato (la Caritas aveva offerto la presenza di un suo obbiettore per quattro ore due volte la settimana ed ora lo ha tolto senza neppure avvisare gli uffici, è stato il nostro operatore a chiamare quando, dopo quattordici ore di presenza, nessuno andava a dargli il cambio).

Poi, c’è la parte strutturale: se l’edificio non verrà terminato in fretta, Pisa non potrà dire di avere un Centro di accoglienza: non è infatti tale un luogo dove dormono, senza cucina e con un unico, piccolissimo servizio, otto persone. Sarà stato così ancora spreco di denaro pubblico, mentre anche la struttura ultimata risente, quando piove, della parte in costruzione che si trova accanto ed è sempre più umida e l’intonaco cade a pezzi. Per la parte da ultimare, inoltre, vorremmo fosse sentito anche il parere di esperti su certe scelte strutturali: necessita un altro bagno e prevedere anche la vivibilità per portatori di handicap.

Comunque, se venisse ultimata, quest’opera, per le esigenze della nostra città rispetto agli extracomunitari, sarebbe un buon sollievo: insieme alla foresteria dell’Università, la casa del Calambrone, gli alloggi della Caritas e un piccolo centro di accoglienza per donne sole o con bimbi, progettato dalla Amministrazione provinciale, darebbe garanzie di risposta alle emergenze, mentre la città deve poi darsi spazi per la vita normale di tutti.

Per quanto riguarda la casa per le donne cui accennavamo: si tratta di un progetto dell’Amministrazione Provinciale finanziato già da diversi anni dalla Regione. La casa individuata abbisogna di pochissimi interventi: anche sulla necessità di una maggiore prontezza nel dare il via a ciò che la legge prevede e la Regione finanzia, forse sarebbe il caso di riflettere: le lentezze burocratiche riescono a depotenziare anche i migliori progetti e le migliori intenzioni.

Da tempo, inoltre, il volontariato laico e cattolico, come associazioni e come singoli privati, ha tentato di favorire l’accesso degli immigrati al mercato normale della casa (se è lecito chiamarlo normale): abbiamo fatto questo fornendo intermediazione, garanzie, aiuti per pagare gli anticipi: negli ultimi anni abbiamo ottenuto anche qualche buon risultato. Ora da tempo anche la Regione Toscana tende a incentivare un simile sostegno, che potrebbe essere strutturato anche con fondi specifici per garanzie etc. Potrebbero essere pensate anche forme di accordo e garanzie ad esempio, con l’UPPI, sul modello di quella stipulata dal Diritto allo Studio per gli studenti e modi di ristrutturazione e gestione di case in affitto da parte di cooperative di immigrati, come abbiamo visto attuato in alcune città del nord, ad esempio a Bergamo e a Verona (ad un Comitato di gestione avevamo discusso di questi temi, c’è anche un nostro impegno di adesione ad un progetto, partito dall’Amm. Prov., e a cui erano chiamati ad aderire anche i Comuni dall’area, ma non ne abbiamo saputo più nulla). Insomma, ed anche le direttive regionali vanno in tal senso, oggi deve essere ridotta al minimo la forma dell’accoglienza breve ed emergenziale rivolta specificamente agli immigrati. Anche nei Centri di accoglienza nati secondo la legge Martelli, sono da prevedersi e da non penalizzarsi soggiorni lunghi (mediamente un anno) e poi è da perseguire una politica della stabilità e normalità, che tenga conto dello straniero come soggetto completo, che lavora, fa venire la famiglia, abita in appartamenti in normali rapporti di vicinanza con tutti gli altri.

Conoscere per capire

Dal punto di vista della conoscenza e analisi del fenomeno chiediamo di creare un osservatorio permanente delle risorse e dei bisogni sul territorio lavorando in continuo scambio con l’associazionismo, valorizzando quest’ultimo anche come riserva di competenze e fonte di conoscenza (il Centro di documentazione sull’immigrazione potrebbe essere un valido strumento anche per questo).

Infine: considerare la presenza di uomini e donne che vengono da paesi lontani come risorsa per le scuole, per insegnanti e studenti che vogliano incontri e riflessioni su culture diverse e sui meccanismi della nostra società. Occasioni per fare musica, cinema, gioco più variegati e complessi.

A questo proposito ci sembra un evento culturale importante l’allestimento, presso la biblioteca Maccarrone, del Centro di Documentazione sull’immigrazione. Ci sono già, messi a disposizione da noi, 400 volumi e materiali di vario tipo e si va completando, con acquisto di libri e abbonamenti a riviste specializzate, un patrimonio dei più completi per chi voglia lavorare sull’argomento.

Nuove forme di rappresentanza

Infine, vorremmo che anche nel nostro comune, per favorire la partecipazione alla vita democratica della città, si sperimentassero forme di rappresentanza elettiva degli immigrati con funzioni consultive, quali ad esempio il consigliere aggiunto, figura già utilmente presente in molte amministrazioni democratiche. La nostra azione deve comunque mirare, complessivamente, a togliere dalla marginalità chi, italiano o straniero, vi si trovi, ed a prevenire la caduta nella marginalità di chiunque, per mancanza di attenzione sociale, vi possa cadere.

Conclusione

Il programma che proponiamo è realistico, concreto – oltre che giusto – e va nell’unica direzione capace di assicurare una migliore e più civile convivenza e qualità della vita per tutti. Nello stesso tempo temiamo anche l’isolamento creato dal pregiudizio e dalla volontà di adeguarsi o subire il pregiudizio (almeno per un poco – si pensa). In questo momento noi abbiamo dalla nostra parte la forza del diritto umano e la convinzione della ragione: se stiamo fermi, ora, domani potremmo trovarci a fare i conti con chi, già oggi, sta andando a quella scuola – come afferma con efficacia uno scrittore senegalese – dove si impara l’arte di vincere senza avere ragione.

Africa Insieme, Febbraio 1995

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