Gli artisti contro Ennahdha “No alla legge-censura”. Un articolo di Sabina Ambrogi (da Repubblica del 18 settembre 2012)

  Cresce la protesta per la proposta che prevede la punizione dell’offesa al sacro tramite rappresentazione”. E i salafiti saccheggiano e distruggono le opere.

Immagine

“QUALE  film  t’è piaciuto di più? “Printemps des arts” o “Assalto all’ambasciata Usa?” chiede  Willis, il gatto satirico tunisino: “A me piacciono tutti i film Ennahdha produzioni”, gli risponde  un altro gatto. Nato dopo la rivoluzione dalla disegnatrice Nadia Khiari, il gatto Willis riassume così  il malumore di moltissimi  che oggi  accusano  il partito maggioritario islamista Ennahdha  per  i suoi ambigui rapporti con i salafiti e la spinosa  questione dell'”offesa al sacro tramite rappresentazione”, termine di una applaudita proposta di legge del partito, che ora rischia di passare grazie a una serie di artifici.

Questa legge, che completerebbe  un’altra esistente e ampiamente sfruttata anche da Ben Ali,  prevede una pena di due anni di prigione e 2000 dinari di multa a chi offenda “Dio, i profeti, i libri, la Sunna (tradizione) dell’ultimo profeta, la Kaaba, le moschee, le chiese e le sinagoghe”. Si intende  offesa al sacro “l’insulto, la derisione, la mancanza di rispetto e la profanazione materiale o morale del sacro con parole, immagini, rappresentazioni o personificazioni di Dio e dei suoi profeti”. E questo è il partito che veniva raccontato come moderato, “una sorta di democrazia cristiana”, si diceva in Occidente.

Più affarista che religioso, o le due cose insieme. Un anno fa, tal Giacomo  Fiaschi, piccolo imprenditore  italiano residente in Tunisia, aveva portato gli uomini di Ennahdha dei quali è diventato consigliere, al meeting di Comunione e Liberazione, dove l’immancabile Tarak Ben Ammar  spiegava di essere stato designato da Dio alla produzione  del film sulla Madonna per Rai fiction. In questo groviglio di affari e “religione” anche con l’Italia, appoggiato dal Qatar (connubio peraltro ben visto dagli Usa), il partito islamista si affacciava all’Occidente  come baluardo contro le derive del fanatismo islamico e, nelle  sintesi mediatiche, quindi, come protezione contro il terrorismo. Invece per l’opinione pubblica tunisina è  ancora vivo il ricordo dei disastri, un morto e diversi feriti,  di giugno scorso alla Marsa, la periferia Nord di Tunisi, durante la mostra  “Printemps des Arts”.

Qui 27 artisti  hanno esposto le loro opere, alcune delle quali giudicate fortemente offensive del sentimento religioso. Le opere sono state saccheggiate e distrutte dai salafiti generando così un clima di terrore.  Gli autori  si sono visti  le loro foto con indirizzo e numero di telefono appese davanti alle moschee o su Facebook. Alcuni giorni fa, due degli artisti di “Printemps des arts”,  Nadia Jelassi e Mohamed Slama sono stati citati in giudizio (su iniziativa del Procuratore e non a seguito di denuncia) in quanto loro, con le loro creazioni, sarebbero la causa dei disordini di giugno. Malgrado distinguo e correzioni  del governo tunisino, questo tipo di accusa è un ulteriore  segno  del  connubio tra l’attuale governo e  forme di intolleranza  religiosa. Mohamed Slama  è fuggito all’estero, ma Nadia Jelassi subirà un processo in cui dovrà giustificare cosa volesse dire con la sua creazione: dei busti di donna in nero, posti raso terra, su un tappeto di pietre.

Le “offese” percepite sono le più disparate:  offende le donne pie, incita la lapidazione, accusa indirettamente l’Islam etc.  Di fatto, ci troviamo in termini diversi, di fronte allo  stesso problema portato alla ribalta  da “The innocence of Muslims”: un’opera che offende il sentimento religioso di  molti. La questione della “libertà di espressione”, come si sta  presentando  in Tunisia, giunta nelle fasi finali della scrittura e discussione della Costituzione, perciò riguarderà tutti noi nei prossimi mesi, visto che “l’offesa al sacro” può diventare un’arma di distruzione tramite industria culturale e alla portata di chiunque.  Soprattutto, tragicamente manipolabile.

“Nessuno aveva offeso il Profeta nelle opere esposte”, spiega Nadia Jelassi, “è vero che c’erano dei ‘barbutì  in alcuni quadri,  ma erano un’interpretazione dei salafiti che stanno facendo degenerare i presupposti della rivoluzione. Il film americano invece  è un insulto  continuo a noi musulmani, non è mai stato neppure rivendicato come opera d’arte,  si è trattato chiaramente di una  strumentalizzazione, e i salafiti sono caduti nella trappola. Noi siamo artisti e come tali dobbiamo lottare perché non passi mai un articolo  che limiti  la libertà di espressione nella nostra Costituzione.  E poi, chi deciderebbe cosa è sacro e cosa non è sacro? Loro? E’ un concetto  indefinibile e pericoloso perché  lascia la porta aperta a ogni interpretazione”. Successivamente alla convocazione in tribunale, Jelassi è stata  protagonista di una avvincente campagna virale ancora viva nei social network: ha postato la sua immagine con un righello per  esorcizzare l’umiliazione  subita della foto segnaletica cui è stata  costretta.

L’hanno seguita su Facebook a migliaia, riproducendo la stessa immagine. Si  direbbe che  i problemi profondi del paese, come la povertà, la disoccupazione e le disuguaglianze, esauriscano sul terreno culturale  tutti i conflitti: dalla questione del velo nelle università (prima vietato ora concesso),  alla diffusione  del film  iraniano Persepolis su Nessma tv per cui è stato processato l’ex amico di Ben Ali, l’ambiguo amministratore delegato di Nessma, Nabil Karaoui. E prima ancora, c’era stato un altro assalto dei salafiti al cinema dove si proiettava il film di Nadia El  Fani “Ni Allah ni maître”, sul concetto di laicità, appunto. Amor Ghedamsi scrittore e artista, segretario generale del Sindacato dei Mestieri e delle Arti aggiunge :”i salafiti sostengono un discorso totalitario, un progetto radicale dogmatico contro  la libertà e la modernità che mira alla società attraverso l’arte. La lotta per noi è difficile perché per cinquanta anni, con Bourghiba e Ben Ali, abbiamo combattuto contro quella che  si chiama ‘la modernità tradita’, che ha lasciato tracce nella nostra cultura e nel nostro modo di pensare, e che spiega anche questo fenomeno del salafismo”. Anche se, clamorosa contraddizione, le rivendicazioni di tanto sacro e tanto pudore si inseriscono in un panorama mediatico di  migliaia di canali televisivi satellitari, di grandissimo seguito (visto anche il livello elevato di disoccupazione) che passano dal furore religioso al porno, e  neppure troppo soft.

Un sistema di colonizzazione e formazione delle masse potentissimo, e una geografia di responsabilità di portata gigantesca. In questo clima di scontro culturale oscurantista, una voce illuminata è parsa quella dell’Imam della moschea El Badr ad  Algeri  (città rimasta miracolosamente lontana da ogni reazione, come tutto il paese del resto) che accusa i fedeli musulmani di aver offeso loro per primi il Profeta, e che se un film non piace “perché contro l’Islam”  non resta che farne uno loro a favore della loro religione. Che è esattamente quanto detto da Marco Bellocchio a  Militia Christi all’uscita del film su Eluana Englaro.

Lascia un commento

Archiviato in nordafrica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...