Dietro le quinte delle elezioni al Cairo. Il Manifesto, 16 Giugno 2012

Un articolo di Michele Giorgio sul Manifesto: cosa accade in Egitto. Dalla rivoluzione alla restaurazione.

 

 

Qualcuno parla di un “golpe militare morbido” dopo la sentenza-choc della Corte suprema. La sensazione è che islamisti e militari alla fine troveranno un compromesso accettabile da entrambe le parti. Forse ha ragione Abdel Bari Atwan, il direttore di al Quds al Arabi, che parla di un «golpe militare morbido» in Egitto. Tuttavia è arduo in queste ore comprendere tutti gli schemi della partita che si gioca dietro le quinte.

I militari hanno subito recuperato i poteri legislativi dopo la sentenza della Corte Costuzionale che ha dichiarato, due giorni fa, illegittimo il Parlamento e confermato la candidatura al ballottaggio delle presidenziali, previsto oggi e domani, di Ahmed Shafiq, ultimo premier nominato dall’ex raìs Hosni Mubarak ed esponente di un regime che non è morto. E, dicono gli esperti, avranno anche il potere di eleggere l’assemblea costituente, che deve scrivere la nuova Costituzione.

A questo punto la transizione che dovrebbe terminare il 1 luglio, con un nuovo presidente in carica, si allunga. I militari resteranno al comando cercando di far rientrare dalla finestra il sistema repressivo uscito un anno e mezzo fa dalla porta, dopo trent’anni di potere di Mubarak.

Ne è un esempio la recente decisione della magistratura di concedere alla polizia militare e ai servizi segreti il potere di arresto nei confronti dei civili. Una misura che, denunciano i centri per i diritti umani, «potrebbe portare a delle restrizioni peggiori di quelle possibili sotto lo stato di emergenza», in vigore dal 1981 e abrogato solo alla fine dello scorso maggio dalla giunta militare.

I segnali sono chiari. Però non è detto che i militari e tutti gli apparati legati al vecchio-nuovo regime riescano a portare a termine il disegno di scippare la vittoria elettorale (regolare e trasparente) ottenuta lo scorso inverno dai Fratelli musulmani e dagli altri partiti islamisti. La tentazione algerina dei generali egiziani e dei “filul” nostalgici di Mubarak, non ha scatenato le reazioni violente che avrebbero offerto il pretesto per mandare i carri armati nelle strade del paese.

I Fratelli musulmani, un po’ per intelligenza politica e un po’ per l’ambiguità di fondo che contraddistingue la loro linea sin dai giorni della rivoluzione del 25 gennaio, hanno evitato di scatenare la piazza. Certo non sono mancate reazioni e dichiarazioni forti degli islamisti ma il candidato presidenziale dei Fm, Mohammed Morsy, ha incredibilmente «accettato» le sentenze della Corte Costituzionale.

Oggi si vota per eleggere il capo dello stato e la Fratellanza è sicura che la decisione dei massimi giudici egiziani favorirà proprio Morsy sul rivale Shafiq. Molti egiziani indecisi sceglieranno lui nella speranza di sbarrare il passo all’uomo di Mubarak e alla giunta militare.

D’altronde gli stessi americani non sembrano volere un salto all’indietro ora che hanno compreso che i Fratelli musulmani e gli altri islamisti – dalla Tunisia all’Egitto, dalla Giordania alla Siria – non sfideranno gli interessi strategici statunitensi nella regione e non andranno oltre qualche frase ostile nel confronto a distanza con Israele. Non è un caso che il segretario di stato Hillary Clinton si sia affrettata ad assicurare che i militari egiziani manterranno le promesse fatte e si faranno da parte.

I Fm egiziani hanno avuto incontri di rilievo con rappresentanti dell’Amministrazione Obama e hanno tutto l’interesse a presentarsi come una «forza responsabile». Da parte sua Washington preferisce un regime islamista «non ostile» se non addirittura amico – persino liberista in economia – piuttosto delle continue ansie di rinnovamento e di libertà dei rivoluzionari.

La sensazione è che islamisti e militari alla fine troveranno un compromesso accettabile da entrambe le parti. Così in queste ore resta inascoltata la protesta di uno dei più sinceri oppositori di Mubarak e del suo regime mai morto, lo scrittore Alaa al Aswani, che in un’intevista si è detto «disgustato» dalla decisione della Corte Costituzionale e ha annunciato che oggi annullerà il suo voto per «rifiutare il piano che vuole far fallire la rivoluzione».

Simili le considerazioni di Mohammed ElBaradei, un altro noto oppositore di Mubarak. Un gruppo di partiti egiziani di sinistra, laici e liberali, intanto denuncia che «lo scenario da contro-rivoluzione è chiaro». «Tutte le ultime decisioni e sentenze – dicono questi partiti – dimostrano che il Consiglio supremo delle forze armate è determinato a riproporre il vecchio regime e che le elezioni presidenziali non sono altro che una brutta commedia».

Intanto qualcuno si chiede: davanti a chi presterà giuramento il nuovo presidente se il parlamento è illegale?

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