Una sfida di civiltà. L’Africa, noi e gli “altri”. Febbraio 1988

Il testo dell’intervento introduttivo del prof. Giuliano Campioni all’Assemblea costitutiva del circolo Africa Insieme. Pisa, 17 Febbraio 1988.

La sfida dell’immigrazione

La crescente immigrazione politica ed economica nel nostro paese, da parte di popolazioni africane, deve essere vissuta e sentita anche come sfida storica di civiltà: soprattutto per noi: è anche e soprattutto un nostro problema il prevenire e combattere i segni di barbarie che avanza che si leggono nei molti episodi quotidiani a conoscenza di tutti.

Per anni si è quasi fatto finta di non vedere: fino alla legge 943, applicata poi solo a livello di questura e di controllo normalizzatore. Legge che, pur coi suoi limiti, può diventare oggi una forza propulsiva: riconosce infatti i diritti all’istruzione, al mantenimento della cultura d’origine, all’assistenza, parla di consulte, ecc., anche se è molto deludente e criticabile per l’aspetto dell’integrazione lavorativa. È ancora soltanto una promessa di cambiamento in quanto è lontana da ogni applicazione in positivo.

Dopo l’episodio di Abdou Diaw: l’esigenza di una nuova presenza associativa a Pisa

L’esigenza di un momento di coordinamento e collaborazione di forze diverse rispetto al problema pressante dell’immigrazione africana a Pisa è nata, apparentemente in forma casuale, da un sintomatico e significativo episodio di violenza nei confronti di un venditore senegalese avvenuto agli inizi di dicembre e dai meccanismi di rifiuto e di chiusura corporativa da un lato, dal desiderio di solidarietà fattiva e politica dall’altro, a fronte di problemi che di giorno in giorno si mostravano più gravi.

L’episodio, per le reazioni nell’opinione pubblica democratica ha suscitato un inizio di contromovimento, la presa di coscienza di un problema non più eludibile da parte di nessuno.

Basti qui ricordare le parole dell’Arcivescovo e del Sindaco, la posizione del presidente dell’Amministrazione provinciale, dei sindacati, dei giornali democratici che hanno seguito con attenzione la vicenda che, dopo la lettera pubblica di Abdou Diaw, ha avuto anche una risonanza sulla stampa a livello nazionale.

(Ricordiamo, per tutti, l’intervento di Pietro Folena che parlava, a proposito della presa di posizione del sindacato aziendale dei vigili, che difendeva l’indifendibile, di “un inquietante esempio di rottura di solidarietà”).

Già però l’anno passato, in occasione della legge 943 del 30 dicembre 1986, sindacati, amministratori, Lega dei diritti dei popoli, l’Arci, organizzazioni del volontariato cattolico, le forze politiche democratiche, si erano impegnate per i primi provvedimenti e le prime prese di coscienza del problema.

Ma le forti ambiguità della legge, la pressione di quelli che sono i molti problemi di vita della nostra città, l’impossibilità (per ragioni materiali e per una mancanza di conoscenza della lingua) di voce autonoma e quindi di spazi di soggettività da parte della maggioranza degli immigrati, avevano impedito che si andasse oltre le prime pur importanti realizzazioni: un comitato per stranieri presso i sindacati, un progetto di consulta.

Ora in tutta Italia il problema sta esplodendo: si tratta di voler vedere per contribuire a percorrere una strada di accresciuta civiltà e non di barbarie.

La risposta degli enti locali a Pisa: tra passi avanti e promesse non mantenute

I nostri amministratori hanno fatto promesse e qualche realizzazione: la consulta approvata dall’Amministrazione provinciale ma non ancora attiva, la disponibilità della stessa amministrazione a farsi carico dei corsi di lingua italiana.

Ma molte sono rimaste promesse: e quando si hanno rapporti con uomini così privi di tutto ma non di dignità e di fiducia nella credibilità di chi è stato democraticamente eletto, non si possono dire parole e farle rimanere tali.

Ad esempio, le promesse degli amministratori del Comune, comparse sulla stampa, di “permessi di vendita subito”: A presto anche le licenze – così suonava un titolo sulla cronaca locale. Perché questo fu affermato – o successivamente non smentito se questa via non era praticabile – e poi lasciato lettera morta?

Così pure le promesse fatte in assemblee pubbliche coll’Associazione dei Senegalesi di occuparsi del problema grave delle residenze – la mancata residenza mette nell’impossibilità anche di acquistare una macchina usata -.

Oppure ancora: a proposito dei corsi di formazione professionale dentro i quali spetta per diritto un posto su dieci agli immigrati extracomunitari e per i quali sono state fatte le domande da parte di molti di questi giovani, perché non si sono avvertite le comunità che vi erano limiti di tempo rigidi?

Oppure – visto che questi lavoratori non hanno avuto finora nemmeno il diritto all’informazione – perché non vi è stata più elasticità o una qualche deroga nell’accogliere le loro domande e nel soddisfare il loro diritto alla partecipazione? Perché la legge funziona inesorabile e rigida verso di loro solo quando è restrittiva o addirittura repressiva?

Difendere i diritti, a partire dalla quotidianità della vita di tutti i giorni

Siamo abituati, quando parliamo di paesi lontani del Sud del mondo, a fare interventi di elevato livello democratico e culturale ma ora che, rappresentanti di questo mondo li abbiamo con noi, spesso non siamo capaci neppure di comunicare con loro.

È il momento di occuparci della loro vita materiale, anche di cose spicciole, perché è attraverso queste che si misura il nostro grado di democrazia e civiltà.

Il problema del commercio ambulante degli immigrati

Ad esempio: il problema delle vendite. Quello del commercio ambulante è l’unico settore in cui si sono riversare le ultime leve di immigrati. È stata per loro una scelta obbligata: un settore in cui la concorrenza, per gli italiani, si traduce in un danno minimo ammesso che questo esista.

La comunità dei senegalesi, la più numerosa e compatta, anche a nome degli altri immigrati ha esposto bene, subito dopo l’episodio di Abdou Diaw, in un documento al sindaco ed agli amministratori di Pisa la specificità di una condizione:

“In primo luogo abbiamo il problema del lavoro. Appena arrivati qui ci siamo iscritti nelle liste di collocamento, ma finora non abbiamo visto neppure uno di noi ottenere un lavoro. Non abbiamo lavoro ma siamo uomini e dobbiamo pur vivere: per questo siamo obbligati a vendere in questo modo, anche se la legge non lo permetterebbe. Siamo una comunità onesta e non vogliamo rubare o fare in alcun modo del male agli altri. Perciò il nostro primo desiderio è quello di trovare un lavoro normale, come tutti gli altri. Fra noi abbiamo tanti mestieri: ci sono muratori, meccanici, autisti, elettricisti, falegnami ecc. Sappiamo che siamo numerosi, ma sarebbe importante che anche solo alcuni fossero inseriti in attività lavorative regolari perché questo sarebbe per tutti un segnale di accettazione e di non emarginazione”.

E poi continuavano:

“E qui vorremmo dire cosa significa per noi sottostare ai controlli dei vigili. Non poter vendere o avere la mercanzia sequestrata significa non poter pagare l’alloggio ed essere costretti a dormire all’aria aperta. Molti di noi, dopo il sequestro della merce vanno a dormire, anche in inverno, sul mare o alla stazione ecc.”

Sono parole da meditare: la “ruota” della vendita illegale è la loro forma specifica di schiavitù quando entrano in Italia: altro mezzo di sostentamento non vedono, altro mezzo di sostentamento non hanno. Questa “ruota” li separa dal resto della nostra società, impedisce loro di trovare alternative, e soprattutto, mi sembra, uguaglia ciò che è diverso, appiattisce e umilia potenzialità e ricchezza di lavoro.

Sono accomunati da questa catena giovani alle soglie dell’università o universitari, artigiani che hanno alle spalle esperienza preziosa di lavori e mestieri. Capacità musicali anche notevoli, fantasia, intelligenza: tutto viene mortificato da questa nuova schiavitù funzionale, per altro, all’espansione così contorta della nostra economia che ha nel sommerso e nel lavoro nero un punto di forza.

Il commercio ambulante: le risposte repressive

Ogni volta che si sequestra loro la mercanzia – e questo è un fenomeno che si va intensificando attraverso l’intervento anche della finanza – si colpisce non il produttore con i suoi guadagni, produttore che forse non è necessario andare a cercare molto lontano, ma immediatamente le possibilità di sopravvivenza di queste persone.

Cerchiamo le soluzioni a livello di lavoro reale ma intanto è astrattezza ignorare il loro problema quotidiano: la risposta del Comune di Pontedera di concedere permessi al mercato è un segnale di disponibilità concreta che contribuisce a modificare – tra gli stessi commercianti – atteggiamenti gretti di rifiuto e di richiesta di repressione.

È una scelta politica che chiede la risposta di altri comuni nella stessa direzione: una risposta politica che fa parte di un contromovimento verso l’ottuso – inconscio – odio di civiltà manifestato da certi commercianti e dalle loro organizzazioni anche a livello pubblico (implicitamente e idealmente chiedendo un gemellaggio con Pretoria).

Le organizzazioni dei commercianti

In una lettera pubblica, piena di minacce verso gli amministratori fino “a difendere i diritti in piazza a Tirrenia” un gruppo di commercianti accusa “i famosi senegalesi”, “marocchini o senegalesi che dir si voglia” che oltre a “portar degrado alla nostra cittadina”

“vengono a disturbarci ulteriormente cercando di piazzare i loro tappeti sotto le nostre vetrine per sfruttare la luce. Non basta. Entrano addirittura nei ristoranti e nei bar e, senza problemi vanno a disturbare la clientela offrendo orologi, occhiali, cinture, radioline, pile, collane ecc. […] Nonostante questo voi amministratori pubblici non fate niente. Siamo forse nella città del Bengodi? Allora dato che la cittadina del Bengodi è da voi tollerata vi dichiariamo che saremo noi ad usufruire di tutto questo ben di Dio perché, come fanno loro faremo noi. […] Chissà forse abbiamo più diritto di loro dato che da 25 anni paghiamo sempre i vostri tributi” [Lettera a Il Tirreno del 22.1.1988, firmata: Un gruppo di commercianti di Tirrenia].

A proposito delle tasse, sempre messe avanti con la richiesta esplicita di repressione verso gli abusivi, sappiamo tutti quanti che, se è vero che i commercianti le pagano puntualmente, è anche vero che questi ultimi godono dei servizi sociali negati anche a livelli di sopravvivenza agli immigrati extracomunitari.

Queste prese di posizione non sono certo isolate e si esprimono ancora più decisamente e volgarmente: basta passare per il mercato o anche in Borgo dove la presenza degli Africani era – perché ormai la situazione è normalizzata – ritenuta antiestetica dai negozi luminosi e di lusso che certo non potevano addurre il pretesto della concorrenza.

Ma sarebbe ingiusto accusare tutta una categoria: in realtà possiamo vedere molti bar ed esercizi in cui questi lavoratori sono accolti con solidarietà.

La posizione della Confesercenti

Tanto più meraviglia la presa di posizione della Confesercenti – anche contro prese di posizioni precedenti delle Confederazioni sia a livello nazionale che locale – che invece di contribuire a limitare le incomprensioni e i pregiudizi chiarendo la situazione di disagio di questi immigrati, si è fatta portavoce di una diretta richiesta al prefetto, al sindaco e alla questura, di repressione verso i più deboli. Cosa inaudita per un sindacato democratico – sintomo di un grave disorientamento e perdita di valori.

La scusa “ideale” dietro a cui ci si nasconde, di voler così combattere chi si arricchisce con questo commercio, è aberrante come la sarebbe per un sindacato che chiedesse di reprimere e multare il muratore che lavora senza assicurazione o il minorenne prima di cadere dall’impalcatura, per colpire le speculazioni edilizie.

Chiediamo perciò di rimeditare queste posizioni tenendo presente che i loro effetti sono ben tangibili e continui: anche stamani sei sequestri di merci al mercato hanno ridotto alla disperazione altrettante persone.

Il problema della casa

Per quanto riguarda il problema delle abitazioni il discorso vale per gli studenti come per gli ambulanti: nella nostra città in cui si colpisce continuamente chi vende accendini o cassette pirata, si è permissivi con chi froda il fisco affittando fuori di ogni norma a studenti, con chi alza ulteriormente il prezzo se lo studente è di colore, con chi ammassa decine di persone in due stanze ad un milione e più al mese se queste, oltre che di colore, sono anche ambulanti.

Stiamo attenti: sono segni di una barbarie che avanza legata a una miopia di interessi.

Il circolo Africa Insieme

Queste posizioni nascono anche da diffidenze e pregiudizi legati all’ignoranza.

Mi sembra importante e primario vincere la diffidenza con la conoscenza: di qui l’idea di promuovere il circolo Africa Insieme come centro di iniziative culturali in cui siano soggetti e protagonisti gli immigrati con le loro comunità e come strumento che individui e segua il problema secondo tre direttive primarie: il diritto alla salute, la tutela giuridica e il diritto al lavoro.

Tutto ciò naturalmente a partire dalle diverse competenze: enti locali, forze associative, sindacali ecc. ed offrendosi come spazio per il riferimento e la raccolta di bisogni ed esigenze.

Questo è un circolo culturale: con la consapevolezza che per comprendere e conoscere a fondo realtà tanto diverse occorre un livello alto di cultura che si confronti però continuamente con le condizioni materiali per modificare il senso comune.

Si deve promuovere a tutti i livelli una conoscenza della storia complessa, delle condizioni di partenza e della situazione attuale di questi immigrati: studenti, lavoratori, disoccupati.

Il Sud del mondo

Lo scopo non deve essere l’assimilazione ma l’essere uguali nel riconoscimento e nel rispetto della diversità: è stato sottolineato più volte da pochi coraggiosi l’assoluta – distorta — povertà di informazione rispetto al Sud del mondo: questa compare – per immagini/sensazioni – solo in contesti di fame, carestia, guerre, siccità.

Manca invece la componente culturale dell’Africa: un patrimonio d’incredibile ricchezza e varietà reperibili nella vita quotidiana, nelle esperienze religiose, nella musica, nella danza, nella nuova cinematografia, ecc. Esistono film d’autore, movimenti filosofici che partono e si legano alla varietà e complessità di tradizioni, da conoscere e da far conoscere.

Nell’800 il filosofo della ragione occidentale Hegel affermava che “nell’Africa vera e propria è la sensibilità il punto a cui l’uomo resta fermo: l’assoluta incapacità di evolversi […] il paese infantile, avviluppato nel nero colore della notte al di là del giorno della storia consapevole di sé”.

Quando la storia arrivò non mancarono altri pregiudizi e teorizzazioni pseudoscientifiche e biologiche funzionali all’oppressione e allo sfruttamento: con il colonialismo la storia dell’Africa è stata ancora la nostra storia: certo una delle pagine più vergognose.

E’ il caso quindi di accostarsi con serietà e rispetto a questi problemi, non con la boria del civile opulento che dona ma con la consapevolezza e la modestia di chi restituisce parte del maltolto.

Ed anche ora bisogna essere consapevoli della stretta interconnessione economica fra Nord e Sud del mondo e della responsabilità che le potenze industriali hanno anche per i disastri ecologici e le siccità che colpiscono periodicamente l’Africa (e questo spesso anche quando intervengono per “aiutare” lo sviluppo). E basti qui ricordare appena il terribile problema – che coinvolge massicciamente anche il nostro paese – della vendita delle armi al Terzo Mondo.

“E’ questo l’atteggiamento ipocrita – come è stato scritto – di offrire con una mano i 1.900 miliardi stanziati per la lotta alla fame e con l’altra ingenti quantità d’armi che contribuiscono a creare quel dramma che oggi è l’Africa” (da «Nigrizia», maggio 1985).

E’ necessario cominciare ad impegnarsi in una conoscenza precisa per arrivare al rispetto e ad interventi mirati senza confusione.

Conoscere il mondo dell’immigrazione, combattere gli stereotipi

Bisogna caratterizzare la specificità per il problema di cui stiamo trattando nella Provincia di Pisa: porre la differenza tra i lavoratori immigrati (meglio dire disoccupati immigrati in cerca di lavoro), e altre forme di marginalità molto diversa (il caso dei nomadi, ad esempio, da risolvere con altri interventi). La mancanza di chiarezza può creare uno spreco di iniziative e, al limite, aumentare soggettivamente e oggettivamente l’area della marginalità.

Non si deve partire dalla reazione soggettiva di rifiuto o di solidarietà che accomuna i propri oggetti nell’indistinto, che tende a non chiarire (ancora una volta privilegiando la nostra centralità) ma arrivare alla conoscenza rispettosa dell’altro attraverso un censimento delle potenzialità lavorative di questi giovani, con i loro mestieri di origine e con la loro disponibilità.

Porre differenze all’interno dell’identità di una comunità significa far riemergere storie di individui che la condizione di immigrato sembra aver cancellato tagliando i fili che legano il futuro col passato di ciascuno e bloccandolo in una uniforme condizione di inferiorità, in un tutto indifferenziato.

Allora emergono le differenze di civiltà e di cultura, di esperienze, in un arricchimento reciproco. Emerge la storia dei molti partiti a piedi per sfuggire alla morte per fame, che hanno attraversato il deserto soffrendo fame e sete – dove non pochi hanno trovato la morte -, l’impatto violento con i bianchi di chi proviene dai villaggi e dalla campagna, che porta con sé, in sé, un mondo del tutto diverso, vecchie e nuove forme di solidarietà e di comunità che rendono loro incomprensibile una realtà concorrenziale, disumana, opulenta.

Persone che mantengono un legame forte con chi è lontano, che hanno lasciato le loro famiglie a cui, le rare volte che possono, spediscono poche migliaia di lire, preziose per vivere in un mondo di povertà assoluta di cui si conosce la mortalità infantile: secondo i dati della Banca mondiale “entro il ’95 l°80% della popolazione africana vivrà sotto le soglie della povertà assoluta, cioè sotto il tetto dei 130 dollari l’anno”.

Il nostro impegno per il futuro

Impegnarsi per risolvere anche i più spiccioli di questi problemi, in un’epoca in cui il modello è quello dell’egoismo rampante e vittorioso, di una cultura narcisista e ripiegata sul proprio io, fino a vedere nell’evento un prodotto dell’osservatore; non è da respingere come residuo solidaristico è impotente, ma rappresenta, io credo, una sfida che ci sta davanti e che ci può fare andare avanti.

La sfida di una cultura democratica che deve assumere i problemi di lavoro, di abitazione, di servizi, ecc., dei nostri ceti diseredati e alla stessa maniera anche quelli dei nuovi immigrati: il nostro è un paese con disoccupazione e sacche rilevanti di emarginazione e miseria ma è anche un paese dell’opulenza e dello spreco, della violenza e del dominio nelle immagini e nella pubblicità, accanto e vicino ormai ad un mondo dove si muore di fame.

Si deve arrivare alla consapevolezza che non esistono disoccupati bianchi o neri, stranieri o italiani, ma una serie di bisogni a cui dare risposta. Una sfida ai valori dominanti, contro un modello di sviluppo che produce mostri quotidiani.

Giuliano Campioni

Intervento all’assemblea costitutiva del circolo Africa Insieme. Ripubblicato in G. Campioni, L’identità ferita. Genealogie di vecchie e nuove intolleranze, ETS, Pisa 1993, pagg. 107-116.

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