“Il caso Ljuba”. Comunicato delle associazioni, 30 Aprile 2006

In questi giorni abbiamo assistito ad un episodio di eccezionale gravità: una giovane donna incinta, di nazionalità rumena, è stata trattenuta in Questura per un controllo sui documenti, quindi inviata al Centro di Permanenza di Roma per essere espulsa benchè la legge vieti espressamente l’espulsione per le donne in stato di gravidanza. Questi, in estrema sintesi, i fatti.

Il 20 Aprile scorso, agenti della Polizia Municipale e della Questura hanno effettuato un controllo presso l’abitazione della ragazza: si tratta di una baracca alla periferia della città, senza acqua potabile, corrente elettrica e servizi igienici. Un luogo dove una donna incinta non dovrebbe abitare, che forse avrebbe meritato un intervento dei servizi sociali e degli uffici casa del Comune, più che della Polizia.

La giovane donna, poco più che maggiorenne, non aveva il permesso di soggiorno, ma ha detto subito di essere incinta: è stata ugualmente accompagnata alla Questura per accertamenti. Ha mostrato un certificato medico, rilasciato dall’Ospedale S. Chiara di Pisa, dove era scritto chiaramente che con tutta probabilità si trovava nelle prime settimane di gravidanza, e che doveva sottoporsi ad ulteriori visite. Il certificato è stato ignorato dagli agenti in servizio, e per la donna è scattata l’espulsione.

La ragazza è stata accompagnata al Centro di Permanenza di Ponte Galeria a Roma, in attesa di sbrigare le formalità burocratiche necessarie per il rimpatrio. L’equipe medica dell’Associazione Mezclar, in un parere, ha spiegato che «il trasferimento nel Cpt di Ponte Galeria, senza aver accertato lo stato di gravidanza, ha esposto la ragazza ad un rischio per la sua salute e quella dell’eventuale bambino». Infatti nel primo periodo di una gravidanza quando è più alto il rischio di aborto e quando si consiglia il riposo, la ragazza è stata sottoposta al lungo viaggio verso Ponte Galeria, al sovraffollamento e alle dubbie condizioni igieniche del CPT, nonché ad un elevato livello di stress psico-fisico che sappiamo aumentare ulteriormente il rischio di un’interruzione di gravidanza.

Africa Insieme ha prontamente inviato il certificato medico al Centro di Permanenza. Qui, si è proceduto ad un giudizio sommario, senza la presenza di un avvocato e di un traduttore: il Giudice ha autorizzato l’espulsione, subordinandola però ad un ulteriore accertamento sullo stato di gravidanza. Il personale del Centro li ha comunicati a voce alla ragazza, di nuovo senza la presenza di un traduttore: “mi hanno detto che non sono incinta”, ci ha raccontato piangendo al telefono, “ma solo raffreddata”.

Grazie all’intervento dell’associazione romana “Action”, alcuni avvocati e parlamentari hanno fatto visita alla ragazza: l’hanno trovata spaventata e in pessime condizioni di salute. Al senatore Francesco Martone ha raccontato alcuni fatti ancora da chiarire, su cui sarà presentato nei prossimi giorni un esposto alla Procura della Repubblica. Infatti la ragazza durante la sua detenzione nel CPT ha accusato forti dolori addominali e un’emorragia importante in concomitanza con l’assunzione di farmaci somministrati alla ragazza dal personale medico del CPT , senza che lei capisse cosa stesse prendendo. Rimane da chiarire quale sia stato la causa clinica del suo malessere, il perché questo evento non sia stato indagato clinicamente, che farmaci abbia assunto, ma al momento risulta impossibile dato che né la ragazza, né il suo legale, anche in presenza del senatore Martone, sono riusciti a prendere visione della cartella clinica e del risultato del test di gravidanza.

L’unica cosa certa è che avrebbe bisogno di riposo, di accertamenti medici accurati e di un ricovero ospedaliero. La donna è in pericolo per la sua salute e per la sua integrità fisica, ma resta trattenuta al Centro di Permanenza perché su di lei grava un provvedimento di espulsione.

Ci chiediamo come sia stato possibile tutto questo. Abbiamo chiesto spiegazioni alle forze dell’ordine della nostra città, il cui intervento sbrigativo ha portato a queste conseguenze. Il Comando della Polizia Municipale, più volte contattato al telefono, non si è mai degnato di rispondere. Un dirigente della Questura ci ha spiegato che questo comportamento non corrisponde alla normale prassi della Polizia, e che probabilmente c’è stato un fraintendimento tra gli agenti e la ragazza. Vero è, però, che i rimpatri vengono eseguiti in fretta, quasi si trattasse di emergenze di ordine pubblico. In Questura non esistono traduttori, nemmeno nelle lingue più comunemente parlate dagli immigrati (arabo, francese, albanese o rumeno); nel corso delle procedure di espulsione gli stranieri non possono comunicare al telefono con nessuno. Gli avvocati sono contattati direttamente dalla Questura, se il legale di fiducia non si trova dopo il primo tentativo si chiama quello d’ufficio, che spesso non ha interesse ad occuparsi del caso. Come si può pensare che procedure di questo tipo garantiscano i diritti delle persone trattenute?

L’espulsione è stata evidentemente condotta in maniera irregolare e illegale e ha esposto una donna che con molta probabilità era incinta al rischio di un aborto precoce e a problemi di salute che dovranno essere ancora accertati, data la riluttanza del gestore del CPT a rilasciare le dovute informazioni.

Chiediamo quindi al Questore di revocare unilateralmente il decreto espulsivo, senza attendere la decisione del giudice sul ricorso presentato dal legale. In questo modo, la ragazza verrebbe immediatamente liberata dal CPT, e potrebbe sottoporsi ad accertamenti medici.

Africa Insieme, Ass. Mezclar-Ambulatorio Migranti, Laboratorio delle disobbedienze-Rebeldia

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