Uno sciopero generale dei migranti?

Intervista a Said Talbi, di Africa Insieme, pubblicata sul quotidiano “Terra” del 14 Settembre 2009

said

Said Talbi

LUOGHI PRECARI Said Talbi, tunisino, 28 anni, arrivato in Italia e a Pisa quasi per caso. Dopo qualche brutta esperienza, oggi lavora per una ditta che si occupa di manutenzione stradale e fa il volontario per l’associazione Africa insieme, dove aiuta a orientare i nuovi e i vecchi immigrati alle prese con la burocrazia e il rinascente razzismo. Said ha una convinzione: «Siamo noi che ci occupiamo degli anziani, che lavoriamo nelle fabbriche, nell’edilizia e in molti altri settori. Se ci fermiamo, si ferma mezza Italia».

Pigneto, quartiere popolare di Roma. È lunedì 31 agosto. I carabinieri fermano un giovane migrante. Non c’è nessun motivo apparente. Lo portano nell’auto blindata. Il giovane chiede perché: non ho fatto niente, lamenta. E il militare: non hai i documenti, sei un clandestino, quindi sei in arresto. Il migrante si ribella. Il carabiniere lo prende per il collo e lo spinge dentro la macchina. I giovani che guardano la scena protestano. Inutilmente.

Due giorni dopo, stessa scena lungo la via Casilina. La protagonista del fermo è una donna poliziotto sostenuta – questa volta – dal tifo dei cittadini. Le parole della gente trasudano razzismo e violenza, pregiudizio e paura. Due scene uguali e diverse, a poche centinaia di metri l’una dall’altra. Che raccontano di un Paese in crisi di identità e di una parte della popolazione – quella migrante vittima di leggi ingiuste e accuse spesso false.

«Sono i telegiornali il veleno, l’informazione fa del male all’Italia». A parlare è Said Talbi, tunisino di 28 anni. La sua storia è quella di troppi in questo Paese. Precari per il solo fatto di essere migranti, colpevoli per il solo fatto di esistere. Una storia fatta di viaggi impossibili e inumani, spasmodiche ricerche di un’opportunità di vita normale, giornaliero confronto e scontro con i pregiudizi italiani. «È stato difficilissimo », ammette Said, che ormai da dieci anni vive a Pisa, ha trovato un buon lavoro, è ben inserito in città. «Ma oggi mi sento davvero fortunato», dice. Forse è per questo motivo che ha deciso di occuparsi di uno sportello per i migranti in cui mette a disposizione esperienza, competenze, strumenti, piccoli stratagemmi per affrontare al meglio l’ottusa Italia di Berlusconi. «Finché posso… », dice.

Un’odissea iniziata a Kairouan

Non era scontato. Anzi. L’epopea di Said inizia a Kairouan, città santa per gli arabi. È in questo angolo di Tunisia che questo giovane dagli occhi intensi, che parla con uno strano accento pisano, è nato. «Sono il secondo di sette figli di una povera famiglia di contadini – racconta – per noi tutto era un sacrificio, anche studiare da bambini». Ad appena sei anni, Said ogni mattina si doveva sobbarcare tre chilometri a piedi per andare a scuola.

«Mi ricordo molto bene lo scambio della penna con mio fratello – ironizza oggi – per fortuna si studiava in ore diverse ». È il liceo, a 12 anni, a cambiare la sua percezione della vita: «Tutti i giorni dovevo procurarmi trenta centesimi per il pranzo. Non li avevo: mettevo un piattino alla finestra nella speranza che me li dessero». Non succedeva sempre. Tutt’altro. È la famigerata (almeno in Italia, ricordate Craxi?) città di Hammamet a segnare la prima svolta. «Vendendo le palme in spiaggia ai turisti, dai 12 ai 17 anni, ho scoperto e iniziato a sognare l’Occidente », spiega. Lì è scattata la molla di partire. Proprio ad Hammamet conosce il guardiano di una fabbrica francese di occhiali, si informa sulle partenze dei tir («lui non mi ha neppure chiesto il perché», dice) e tenta la grande avventura.

Con un’idea da folli (o da disperati), di quelle che legittimano il detto che la realtà supera la fantasia. «L’unica possibilità per salire a bordo era infilasi vicino alla ruota di scorta», ripercorre quei momenti. «Era sabato – ricorda – siamo partiti per Tunisi, poi alla volta dell’Europa. Ho rischiato molte volte di cadere, facevo fatica anche a respirare e ogni volta che l’autista toccava il freno un cavo mi faceva sanguinare la gamba». Una tortura insopportabile che finisce dopo un paio di giorni. In Europa. «Sono finalmente uscito da quel tir, saranno state le sei di mattina – dice – i segnali stradali mi hanno fatto capire che mi trovavo a Marsiglia». Era sporco e affamato, la gente lo scansava.

«Mi ha dato una mano un ragazzo marocchino, mi ha portato a casa e dato da mangiare». Da lì Said avvisa la famiglia della sua avventura. Il padre gli procura un contatto con un amico che lo ospita per alcuni mesi. «Ma era difficile – sottolinea – non era quello che avevo sognato, non riuscivo a lavorare e ad aiutare la mia famiglia». Decide quindi di partire alla volta dell’Italia. Con un cambio del tutto casuale di treni finisce a Treviso. Lì un nuovo incontro fortuito (questa volta con un connazionale) lo spinge verso la Sicilia («che noi chiamiamo la prima scuola», ride) dove ad aspettarlo ci sarebbe stato un lavoro nei campi.

Lungo il viaggio decide di scendere a Napoli. «E lì ho rischiato davvero di finire in mani cattive – è un riferimento alla camorra – mi dicevano che ero minorenne, che non mi potevano arrestare». Riesce a fuggire e prende la via della Sicilia. Giunge a Vittoria: «Ho trovato una situazione allucinante: ho raccolto pomodori per alcuni mesi, poi sono riuscito ad andare via. Non avevo rischiato di morire per fare quella vita». Said decide quindi di ripartire verso la Toscana. Sul treno la scelta di Pisa è del tutto casuale: «Aveva un nome facile», ridacchia.

Alla stazione – siamo nel dicembre del 1999 – c’era un vecchio vagone abbandonato che Said insieme a tanti altri ha utilizzato per mesi come letto. «Ho cercato lavoro per settimane, ma mi dicevano che senza conoscere la lingua è molto difficile». Così decide di iscriversi alla scuola dell’associazione Africa insieme: «Ho passato mesi a mangiare alla Caritas e a studiare italiano la sera». È l’inizio della svolta. «Poco a poco sono arrivati i primi lavoretti con Africa insieme – dice – anche se ero clandestino avevo trovato un modo per vivere».

Una salutare sanatoria

Nel 2002, («mentre facevo il manovale », ricorda) arriva la sanatoria e riesce a mettersi in regola. Un lavoro vero – dopo aver fatto anche il cartongessista e il giardiniere – arriva nel 2004: da allora si occupa di manutenzione stradale per una ditta che ha in appalto i lavori del Comune. La sera, poi, arrotonda consegnando pizze a domicilio. «È necessario lavorare, lo faccio per la mia famiglia. Sono riuscito ad avviare in Tunisia un piccolo negozio di alimentari per i miei genitori e mi sto impegnando per garantire gli studi ai miei fratelli. È troppo importante ».

Di una cosa, soprattutto, va fiero Said: del suo impegno per i diritti dei migranti, di tutti quelli che rischiano e soffrono, proprio come è capitato a lui. Fa il volontario per Africa insieme, l’associazione che per prima lo ha accolto a Pisa, cura uno sportello di consulenza legale: «Faccio l’interprete e mi occupo di rinnovi dei permessi, ricongiungimenti familiari, asilo politico, visto, salute, diritti sul lavoro. Sono davvero una persona fortunata, sono riuscito a fare quello che volevo». E da qui, ascoltando le parole di chi arriva allo sportello in cerca di un aiuto, che sente che ancora di più che in Italia tira una brutta aria.

«Non passa giorno che non licenzino qualcuno – spiega – e che una fabbrica non chiuda. I contratti sono tutti precari e gli sfratti aumentano. La vita diventa sempre più impossibile». Le politiche di questo governo non fanno altro che acuire i problemi e creare ostilità. E il paradosso è che «i più danneggiati sono quelli in regola – spiega Said – il rinnovo del permesso di soggiorno prima costava 72 euro adesso 200». Per non parlare del reato di clandestinità: «Ha peggiorato non solo la vita dell’immigrato, ma anche del Paese. Lo dicono anche i magistrati ». Il fatto che si viva «nella precarietà assoluta non aiuta perché il permesso di soggiorno è legato al lavoro, il lavoro alla residenza e viceversa. Il sistema è sporco e fa acqua da tutte le parti».

E se a Pisa «in fondo ci sentiamo fortunati perché il più delle volte riusciamo a farci ascoltare – dice – anche qui abbiamo passato momenti di tensione quando il sindaco, che è un esponente del Pd, ha emanato la cosiddetta ordinanza dei borsoni per vietare ai senegalesi di vendere gli orologi, veniva fermato chiunque in centro avesse un borsone in mano». Roba d’altri tempi. Ingiustizie, cattiverie («come quando mi vedono con la divisa arancione della ditta e mi chiedono come ho fatto ad avere questo lavoro», sottolinea), pregiudizi («come quando le signore che ti vedono si stringono la borsa al petto per paura di uno scippo», rimarca), stupidità diffusa e «i tg che sono il veleno della situazione ». La risposta? Non è facile. Ma Said una ce l’ha. Ed è di quelle destinate a fare discutere: proclamare lo sciopero generale di tutti i migranti.

«Siamo noi che ci occupiamo degli anziani, che lavoriamo nelle fabbriche, nell’edilizia e in molti altri settori – argomenta – se ci fermiamo si ferma mezza Italia. Se riuscissimo a organizzarci, in tanti cambierebbero subito idea». Alcuni sindacati di base al Nord sono fatti da migranti e stanno lavorando in questa direzione. «Tutte le volte che intervengo a un dibattito, una conferenza, una discussione, faccio questa proposta – sottolinea e alla fine ci riusciremo».

Danilo Chirico, Terra, 14 Settembre 2009

danilochirico@dasud.it

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