Dicembre 1999. Polemiche sul centro di accoglienza, interviene ancora Africa Insieme

Africa Insieme ha gestito la Struttura di Accoglienza per Cittadini Extracomunitari per due anni, dieci mesi e quindici giorni.

Ha fatto questo nonostante ritenesse che la gestione di un Centro (custodia, pulizia, rendicontazione etc) fosse impropria per un’associazione. Noi, in particolare, non eravamo abituati né a chiedere né a maneggiare denaro pubblico: le nostre richieste sono state minimali, le rendicontazioni, che rispecchiano solo in parte le spese reali, mostrano di quanto, ogni anno, il volontariato si facesse carico, personalmente in più rispetto ai denari previsti dalla convenzione. Lo ritenevamo normale, avendo un concetto forse un pò inattuale del volontariato. D’altro canto invece, eravamo abituati ad essere coscienza critica, puntigliosi difensori dei diritti a partire da quelli dei più diseredati. Questo abbiamo continuato ad essere davanti a tutte le istituzioni. Anche questo ritenevamo normale ed eravamo più esigenti a livello di diritti proprio quando gli interlocutori erano amministratori di cui pensavamo di condividere la visione sociale e politica di fondo.

Nel 97 accettammo la gestione perché volevamo che il Centro (dopo sette anni dalla legge che lo prevedeva, la 39/90) venisse aperto. I costi di cooperativa sembravano troppo elevati ed erano motivo di ulteriori rinvii: per questo, in attesa che fosse possibile realizzare un passaggio più congruo, accettammo noi la gestione. In questi anni, però, ci siamo anche convinti che il sociale non può essere affidato totalmente alla logica aziendale del privato, per quanto sia privato sociale e cooperativistico.

Ora il passaggio è avvenuto, ma in un modo di cui non condividiamo né la forma né la sostanza.

L’assegnazione a tre cooperative che andavano costituendosi in ATI (Associazione temporanea di impresa) è stata fatta senza gara né bando e senza che nessun membro del “Comitato di Gestione” (strumento di governo della presenza extracomunitaria che l’Amministrazione comunale si è data da tempo) fosse stato messo in grado di leggere il progetto in questione. Non c’è stata votazione nel Comitato: quando, a cinque giorni dall’assegnazione, il progetto avrebbe dovuto essere approvato, il Comitato è stato riunito con la presenza di neppure la metà dei membri effettivi.

Nessuno era stato informato né, tanto meno, aveva potuto leggere quel progetto. L’Assessore e la presidente della seconda commissione sono stati presenti solo in parte perché avevano altri impegni. Il Comitato – quella piccola parte – non ha votato.

L’assegnazione è avvenuta ugualmente, quattro giorni dopo, il 14 di Novembre, ad un’ ATI ancora da costituire. Così, sotto dettatura da parte di un frettoloso, irascibile e irriconoscibile Assessore, il Funzionario responsabile ha scritto il passaggio da Africa Insieme alle tre cooperative. In quell’occasione l’Assessore ha parlato di emergenza – suonava strano, dopo dieci mesi e mezzo di proroghe – e di un mandato del Sindaco a concludere il cambio di gestione entro la giornata. Agli operatori di Africa Insieme la cooperativa capofila proponeva nel pomeriggio stesso un contratto, riconoscendo ad un tempo la loro professionalità e la propria impreparazione sul tema specifico che si accingeva a governare e su cui aveva presentato il progetto vincente.

Queste persone, non condividendo il senso dell’operazione complessiva, hanno rifiutato, nonostante l’indubbio loro interesse per le problematiche relative all’immigrazione e l’altrettanto indubbio bisogno di lavoro.

L’assessore ha parlato di emergenza. In realtà fin da Giugno gli uffici del Comune preposti alle politiche sociali avevano pronto un capitolato sulla cui base, una volta sentito il parere del Comitato di Gestione per eventuali modifiche, poteva essere emesso il bando. Ad Africa Insieme il capitolato sembrava buono e rispettoso del proprio lavoro. Poi la proposta è scomparsa senza che fosse stata neppure presentata a nessun organismo competente. L’assessore ha detto che aveva ricevuto critiche di privati che lui stimava molto. Poi, quando siamo giunti a cinque giorni dallo scadere dell’ultima nostra proroga, è venuta fuori questa soluzione: un progetto non discusso, cooperative sociali all’ultimo momento coinvolte in un’operazione che ha visto la nostra totale estromissione e il rientro di persone che avevano l’unico pregio di offrire una sponda a chi voleva cancellare la nostra presenza.

Degli operatori del sociale altamente specializzati come educatori, di cui parlava il progetto, neppure l’ombra.

I costi, per l’Amministrazione, sono triplicati e questo potrebbe essere indice di buon impegno sulle tematiche dell’accoglienza. In realtà non è più previsto lo sportello informativo, il fondo per le emergenze, il fondo per le spese legali, quello per la cultura e quello per il telefono. L’impegno viene quindi limitato alla custodia e cura di venticinque adulti in grado di intendere e di volere: si triplicano i costi e si eliminano due terzi del servizio.

Leggendo il progetto, poi, ci siamo resi conto che si è spostata completamente l’ottica e, diremmo, la filosofia di fondo con cui si guarda all’immigrazione. Avremmo voluto discuterne nel luogo adeguato (il Comitato di Gestione): almeno la cosa, se approvata, avrebbe avuto la dignità di scelta politico/culturale, invece che il tratto brutto e offensivo della spartizione del sociale e dell’estromissione, tramite clientele e maldicenza, di chi si era impegnato da dodici anni.

Gli immigrati, nell’ottica che ci sembra di rilevare nel nuovo progetto, non sono più persone che cercano percorsi di piena cittadinanza e quindi di diritti, formali e sostanziali, ma divengono soggetti di per sé a disagio e portatori di disagio, da selezionare (il disagio non deve essere troppo) da aiutare nelle relazioni interumane, da abituare alle regole. L’ottica sembra quella della medicalizzazione del territorio. Un pò ‘Sorvegliare e punire’, un comunità per tossicodipendenti. La dimensione dei diritti si è rattrappita in un niente.

Sappiamo bene che anni di negazione di sé hanno determinato in molti immigrati sofferenze riconducibili all’area del disagio psicologico con relative conseguenze. Noi accoglievamo certamente anche questi stranieri, davamo loro quello che potevamo: le nostre competenze umane e professionali (non poche: molti di noi sono insegnanti, medici, legali, il presidente dell’associazione è presidente di un corso di laurea in Scienze dell’Educazione e gli operatori avevano titoli specifici) e, come volontari, offrivamo la disponibilità continua all’amicizia e quindi al dialogo, non colloqui burocraticamente incasellati. Poi, dato che un Centro di Accoglienza non è. un’istituzione chiusa e totale, pensavamo che gli stranieri dovessero avere accesso ai normali servizi specifici.

L’accoglienza di immigrati espressione, anche, del disagio sociale, che a noi sembrava normale, veniva demonizzata, alle spalle e senza dibattito, da perbenisti che hanno trovato buona eco su chi crede di poter amministrare la presenza dei migranti attraverso comitati per l’ordine pubblico, folklore e spartizione di finanziamenti e pacchetti di voti.

Africa Insieme in una assemblea pubblica discuterà sui temi che questo piccolo episodio locale ci propone: non solo l’immigrazione e la normativa che la disciplina, ma la gestione delle politiche sociali e lo slittamento dal piano del sostegno dei diritti a quello del sostegno/rettifica delle menti e delle coscienze.

Fin da ora, presso il Centro Nord Sud (Centro Didattico della Provincia – Largo Concetto Marchesi). sono disponibili ogni giorno i volontari per chi vuole informazioni e documenti di Africa Insieme ed è possibile prendere la tessera dell’Associazione per chi voglia esprimere, anche così, la propria concreta solidarietà.

Africa Insieme

Pisa, 15 Dicembre 1999

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